Il cieco che vede
27 Ottobre 2015
Omelia di domenica 25 ottobre 2015, XXX domenica del Tempo ordinario al Consiglio nazionale del Meic
di DON GIOVANNI TANGORRA
La buona novella di Marco è un cammino di ricerca della vera identità di Gesù. Chi lo legge deve perciò avere lo spirito dell'esploratore. L'orizzonte non è però sempre limpido. «Vedo la gente come alberi che camminano», dice l'altro cieco del Vangelo, il cieco di Betsaida (8,24). In mezzo a questa foresta in movimento, tra rami carichi di foglie che mescolano la notte e il giorno, si sente il bisogno di una guida, e l'evangelista scorge in Gesù una luce. Egli «cammina davanti» (10,32), e precede gli altri, soprattutto quando sono sgomenti o immobilizzati dalla paura.
L'episodio di Bartimèo, il cieco di Gerico (10,46-52), è un tassello pregiato di questo diario di viaggio. È considerato un racconto di transizione, perché chiude la parte del "grande cammino" di Gesù verso Gerusalemme, e dà inizio a quella degli ultimi giorni, che si aprono con l'ingresso umile e solenne del maestro nella città santa. I brani di questo tipo servono a prendere fiato, sono un respiro che riassumono il cammino percorso e preparano il lettore alle vicende seguenti. Anche l'episodio del cieco di Betsaida è un racconto di transizione.
È dunque interessante cercare di capire perché, in entrambe le situazioni, Marco ponga un cieco a segnalare la svolta. La cecità è un simbolo di immediata comprensione, che indica la chiusura alla luce. L'insegnamento è che chi vuole conoscere Gesù deve saper andare oltre le apparenze, e accendere la luce interiore della fede. Così, mentre il cieco di Betsaida prelude il riconoscimento di Pietro: «Tu sei il Cristo» (8,29); quello di Gerico introduce alla scena finale della croce, in cui il centurione proclama: «Davvero quest'uomo era Figlio di Dio!» (15,39).
In entrambi i racconti, tuttavia, non è la cecità ad attirare l'attenzione, bensì una convinzione che esprime molto bene le intenzioni di Marco: da Gesù sgorga uno splendore capace di accendere gli occhi spenti. Egli è il Signore della luce! Sulla strada della vita cerchiamo una presenza, e non dobbiamo lasciarci disorientare dai momenti di buio. A chi altri affideremo la nostra esistenza? I due ciechi di Betsaida e di Gerico mostrano di saper guardare più lontano della folla che circonda Gesù, e, senza neanche riuscire a vederlo, comprendono che egli è il loro liberatore.
2) Mentre partiva da Gerico
Gerico è una città dai grandi ricordi biblici. Lì avvenne la vittoria di Giosuè nella conquista della terra promessa (Gs 2). La città faceva da roccaforte al Giordano, ed era la prima riserva di acqua fresca dopo l'arsura del deserto a nord del Mar Morto. Nei Vangeli se ne parla spesso, ma non per raccontare vicende di guerre, bensì storie di misericordia: a Gerico è ambientata la parabola del buon samaritano (Lc 10,29-38), a Gerico fu convertito Zaccheo (Lc 19,1-10), ed è da Gerico che Marco fa passare Gesù nel suo tragitto dalla Galilea a Gerusalemme.
Qui incontra Bartimèo. Era cieco, e sedeva lungo la strada. C'erano poche speranze economiche per i ciechi, e i parenti li conducevano ai crocicchi delle strade, a mendicare. Per attirare l'attenzione dei viandanti si mettevano a gridare, a cantare o a raccontare storie. Appena Bartimèo "sente" che Gesù sta passando, si mette proprio a gridare, e lo fa con tanta forza che gli dicono di abbassare i toni. Lui grida e gli altri lo sgridano. Il diritto dei poveri a gridare la propria miseria: questa è la prima cosa che ci insegna Bartimèo.
Il suo è un grido di speranza, di invocazione, ma anche il grido della fede che confessa: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Questa volta non chiede una elemosina, ma che gli sia restituita la sua dignità di uomo, e nel suo cuore ha compreso chi è colui che può farlo: Gesù, il cui nome significa "salvezza". Il titolo di "figlio di Davide" esprime il compimento dell'attesa. Il cieco Bartimèo ha visto lontano, e ha intuito molte cose di un Gesù conosciuto per sentito dire, e che i suoi occhi di carne non avevano mai visto.
Nel racconto emerge che Gesù ha una certa fretta. Non ha alcuna intenzione di trattenersi a Gerico perché deve recarsi a Gerusalemme. Ma ecco che il grido dell'uomo lo costringe a fermarsi. È una pausa commovente: «Questo povero grida e il Signore lo ascolta» (Sal 34,7). Il racconto si fa incalzante, e in pochi verbi Marco riesce a narrare una storia di infinita compassione. Bartimèo grida e Gesù lo chiama, la folla lo incoraggia e lui getta via il mantello, balza in piedi e corre verso Gesù che gli chiede: cosa vuoi che io faccia per te?
3) Gesù si fermò
Una domanda inquietante quella che Gesù rivolge a Bartimèo. Prima di sapere se esiste una verità, una luce, o una soluzione ai propri problemi, è necessario che impariamo a formulare le domande giuste. Si pensa che siano le risposte a essere difficili. Non è vero. Sono le domande. Soprattutto quando superiamo il primo impulso dei sogni immaginari, e andiamo a fondo, chiedendoci cosa cerchiamo, cosa vogliamo, cosa desideriamo veramente. Le domande sono stelle nella notte, e accompagnano il viaggio della vita.
È nella nostra natura interrogarci. Così siamo nati, così siamo cresciuti, così giungeremo al termine del cammino. È un parto difficile. La domanda va concepita, generata, fatta emergere dal profondo della nostra esistenza, con la stessa fatica di una partoriente che dà alla luce un figlio. Per uscire dalla prigione di una vita spenta occorre tanto coraggio. Un grido ci sta dentro e cerca di emergere, per perdersi nel giorno. È lo stesso grido di Bartimèo che la folla anonima vuole soffocare, ma che egli caccia fuori, con la convinzione di chi crede nell'esistenza della luce.
«Che io veda di nuovo», chiede finalmente Bartimèo. La richiesta suggerisce che egli non è nato cieco, ma lo è diventato in seguito. Ha dunque conosciuto il valore della luce, l'ha sperimentata, e poi l'ha perduta. Ha intrapreso il suo viaggio e l'ha interrotto, ora è disposto a ricominciare. Signore, che io veda di nuovo. Lo chiama Rabbunì, che significa "maestro mio". Segno ulteriore che, nonostante la sua cecità, egli è riuscito a mettere a fuoco la vera identità di Gesù.
Nel suo breve racconto di transizione, Marco stabilisce le condizioni del passaggio dall'ombra alla luce. Lo fa disegnando un affresco a tinte forti, ma usando parole semplici. Ora la breve storia si chiude, lasciandoci una sensazione di calore, il calore di un incontro. «Va, la tua fede ti ha salvato». Tuttavia Bartimèo ci sorprende ancora, e anziché andarsene per la sua strada, a godere la salvezza ricevuta, si pone al seguito del maestro, accompagnandolo nel cammino verso Gerusalemme, dove vedrà di nuovo la notte (della passione) e poi il giorno (della risurrezione).



