Lectio di don Gianni Massaro
21 Maggio 2017
Vedo che ci hanno raggiunti altri amici; allora un caro saluto a tutti.
La disposizione, ahimè, è quella scolastica lungi da me però sentirmi, nella maniera più assoluta, maestro. Questa disposizione è solo per comodità anche perché io sono fermamente convinto che ogni servizio all'interno della chiesa è occasione di crescita, soprattutto per colui che lo vive e per colui che lo esercita. Per cui entro in questo bel gruppo con il desiderio soprattutto di apprendere molto da ciascuno di voi, di camminare con voi; io ce la metterò tutta per dare quello che mi è possibile, ma sono convinto che sarà il Signore a guidare i nostri passi per rendere, come sempre, proficuo e come lui vuole il nostro lavoro.
Per quanto riguarda la lectio di oggi e per quanto riguarda le lezioni anche del prossimo anno di soffermarmi a meditare con voi sulla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi, per questo ogni volta andremo a meditare su un brano di questa bellissima lettera, di questo scritto davvero molto ma molto interessante.
Nella provincia romana di Macedonia dalla costa del Mar Egeo, dal punto di vista religioso dominava il sincretismo cioè la presenza contemporanea di varie forme religiose; il clima generale era quello di una sostanziale indifferenza nei confronti delle religioni e in questo quadro si inserisce con tutta la sua forza il lieto annuncio di Cristo, il Vangelo proclamato con una passione da parte di Paolo. Ecco io penso che questo sia il compito di ciascuno di noi, siamo in un vero e proprio passaggio d'epoca, si legge nel documento che sarà discusso nell'assemblea nazionale del MEIC e alla quale parteciperanno alcuni di voi. In essa si legge nel documento il MEIC accetta la sfida di appartenere a Cristo e al contempo di essere cittadini della città dell'uomo, contribuendo a renderla sempre più umana. Dunque io vedo un legame, se vogliamo una somiglianza, tra quella che era la situazione religiosa di Filippi e quella che in fondo in fondo viviamo un po' anche noi e vedo anche un legame tra quella che è la missione che appartiene a ciascuno di noi e quella che era la missione di Paolo; per di più la comunità di Filippi nasce per la predicazione di Paolo ad un piccolo gruppo di persone e anche noi come MEIC siamo, se vogliamo, un piccolo gruppo e non abbiamo la pretesa di raggiungere grandi numeri però vogliamo essere un po' come il lievito nella pasta. La lettera ai Filippesi soprattutto è una lettera cordiale, appassionata, ricca di calore, di affetto, di confidenza, vi traspare la grande umanità di Paolo ma soprattutto il grande amore che Paolo ha per Gesù Cristo, la sua dedizione totale al Vangelo e io penso che il fine di queste nostre lectio sia proprio quello di rinnovare la nostra passione per Gesù Cristo, rinnovare il nostro amore per lui. Durante il discorso all'Azione Cattolica dello scorso 30 aprile Papa Francesco ha detto: "... in questi 150 anni l'Azione Cattolica è sempre stata caratterizzata da un amore grande per Gesù Cristo e per la Chiesa"; ed è ciò che traspare dalla lettera proprio di Paolo ai Filippesi è proprio questo suo grande amore, questa sua passione per Gesù Cristo, un po' queste, se vogliamo, sono le motivazioni che mi hanno indotto a scegliere questa lettera è a meditarla con voi.
Partiamo subito dalla lettura del brano i primi 11 versetti di questa lettera che San Paolo rivolge alla comunità di Filippi (Fil. 1-11):
1 Paolo e Timoteo, servi di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi, con i vescovi e i diaconi. 2 Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo.
3 Ringrazio il mio Dio ogni volta ch'io mi ricordo di voi, 4 pregando sempre con gioia per voi in ogni mia preghiera, 5 a motivo della vostra cooperazione alla diffusione del vangelo dal primo giorno fino al presente, 6 e sono persuaso che colui che ha iniziato in voi quest'opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù. 7 È giusto, del resto, che io pensi questo di tutti voi, perché vi porto nel cuore, voi che siete tutti partecipi della grazia che mi è stata concessa sia nelle catene, sia nella difesa e nel consolidamento del vangelo. 8 Infatti Dio mi è testimonio del profondo affetto che ho per tutti voi nell'amore di Cristo Gesù. 9 E perciò prego che la vostra carità si arricchisca sempre più in conoscenza e in ogni genere di discernimento, 10 perché possiate distinguere sempre il meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo, 11 ricolmi di quei frutti di giustizia che si ottengono per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio.
Bene, la lettera di Paolo ai Filippesi inizia un po' alla maniera di tutte le altre lettere dell'apostolo dapprima un indirizzo di saluto e poi il ringraziamento a Dio per la sua opera a favore della comunità. Tutte le lettere di Paolo iniziano in questo mondo, fa eccezione solo la lettera ai Galati nella quale noi non troviamo il ringraziamento perché le comunità della Galassia sono in una situazione di grave pericolo avendo accettato la predicazione da parte di persone che si spacciano per apostoli ma negano in realtà il primato della croce del Signore e allora Paolo è costretto, nella lettera ai Galati, ad usare un tono di rimprovero piuttosto severo ed è un tono diverso dall'altro, invece esortativo e affettuoso, che Paolo utilizza in tutte le altre per lettere. Torniamo però alla lettera ai Filippesi, quindi al nostro brano, ciò che colpisce è il ringraziamento ancora di più nell'indirizzo di saluto e la frequenza con cui Paolo richiama la persona di Gesù Cristo. Tutto riceve luce da lui, nulla è possibile senza di lui, il saluto è preceduto da una presentazione del mittente e da una definizione dei destinatari. Si legge: Paolo e Timoteo, servi di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù e già si ripete per ben due volte nell'arco di mezza riga santi in Cristo Gesù che sono a Filippi, con i vescovi e i diaconi. Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo. Paolo come definisce se stesso e Timoteo, molto interessante, servi di Cristo Gesù; l'espressione utilizzata da Paolo è molto bella ma anche molto forte nel senso di servitori cioè di persone totalmente dedite e votate a Cristo il loro Signore. Servi di Cristo Gesù in Filippesi 38 lo vedremo poi quando Paolo scriverà: "tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù mio signore". Il servo chi è, il servo per definizione è una persona relativa ad un'altra, rimanda a colui che serve così è per Paolo e Timoteo cioè sembra quasi che senza Gesù Cristo Paolo e Timoteo non avrebbero identità, non sarebbero nulla, la loro vita è impensabile se separata da Gesù Cristo loro Signore. Vivere per Gesù Cristo, come poi vedremo, non significa togliere tempo o amore agli altri, togliere spazio e tempo all'amore umano. Si racconta nella vita del Beato Cottolengo che c'erano due suore lungo le rive del Po a lavare i panni di coloro che erano ricoverati, non c'erano chiaramente le lavatrici che abbiamo oggi ed erano le suore a lavare i panni, non signore vestite, se vogliamo con collane e così via, vedendo queste due suore affaticate e ricurve alcune passanti esclamano: "neanche per tutto l'oro del mondo faremmo una cosa simile" una delle sue suore che era lì ancora a lavare i panni ascolta, solleva la testa, stringe tra le mani il crocifisso che portava al collo e dice "neanch'io lo farei per tutto l'oro del mondo, lo faccio infatti solo per Gesù Cristo", ad indicare che l'amore per Cristo non toglie assolutamente nulla al bene, all'amore per gli altri, all'amore. Anzi se vogliamo lo fortifica, per me vivere è Cristo scriverà Paolo in Filippesi 1-21, e ancora in II Corinzi 45: noi non predichiamo noi stessi ma Cristo Gesù Signore quanto a noi siamo i vostri servitori per amore di Gesù Cristo. Io penso che già questa presentazione da parte di Paolo e Timoteo ci permette davvero subito in qualche modo di verificare il nostro rapporto con Gesù: possiamo anche noi dirci servi di Cristo? che posto occupa Gesù Cristo nella nostra vita?
L'atteggiamento più diffuso oggi nei confronti di Gesù non è quello del rifiuto bensì quello dell'indifferenza. Gesù corre il rischio di essere uno tra i tanti, uno tra i tanti nella nostra vita, nella vita di tanti credenti, per cui se mi capita magari di partecipare a messa la domenica, di vivere magari dei momenti di preghiera bene, però se mi capita magari di non andarci, adesso che si avvicina l'estate, e quindi magari il mare, tutti gli impegni tante volte domenicali, eccetera, non me ne faccio un problema. Questo per dirci come tante volte, anche da parte di tanti credenti, l'atteggiamento più diffuso nei confronti di Gesù Cristo è proprio quello dell'indifferenza.
Definendosi di Gesù, Paolo afferma che il centro della sua vita è Cristo e possiamo anche noi dire che Cristo è il centro della nostra vita? Domani inizia l'assemblea generale dei vescovi italiani: la Conferenza episcopale italiana e parteciperanno tutti i vescovi, anche il nostro Ve-scovo si recherà a Roma. Fece molto riflettere il fatto che quando Papa Francesco incontrò i vescovi italiani in occasione della prima assemblea della Cei pose loro questa domanda chi è per voi Gesù Cristo? Qualcuno obiettò dicendo che il papa aveva fatto ai vescovi una doman-da da ragazzi di prima comunione; perchè chiaramente per i vescovi Cristo dovrebbe essere il centro della loro vita. In realtà questa domanda ‘chi è Gesù Cristo per voi?' costituisce l'essenziale per ogni credente. La bellezza e la gioia della nostra vita sta nella risposta che ogni mattina tutti quanti noi semplici credenti, compresi se vogliamo i vescovi, siamo chiamati a dare. ‘Chi è per noi Gesù Cristo', dalla risposta che davvero noi daremo a questa domanda dipenderà in qualche modo la bellezza e la gioia della nostra vita.
Paolo definisce i destinatari santi in Cristo Gesù a tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi; si tratta di un'affermazione sorprendente, devo dire che questa definizione ‘essere in Cristo Gesù' è una formula molto cara a Paolo, che noi ritroviamo anche in altri scritti: in Romani 8, 1-11 Paolo scrive non c'è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù e poi ancora in II Corinzi 5, 17 se uno è in Cristo è una creatura nuova, Galati 3, 28 non c'è più giudeo nè greco non c'è schiavo nè libero non c'è più uomo né donna poiché tutti voi siete uno in Cristo. Allora che significa questo essere in Cristo? Con questa formula l'apostolo esprime quella che è la straordinaria verità della resurrezione di Gesù Cristo e gli effetti di grazia che ha portato con sé in forza della sua morte e risurrezione. Gesù si trova nelle condizioni di accogliere in sé l'intera umanità, tutti coloro che credono in lui e tutti colo-ro che vengono battezzati entrano in Gesù Cristo come si entra in un santuario e diventano pertanto partecipi della sua umanità. Allora noi diventiamo con il battesimo figli di Dio per partecipazione, questo ci consente anche di capire perché i Filippesi vengono definiti Santi in Cristo Gesù; non sono santi perché perfetti. Vedremo che in realtà anche tra di loro ci sono contrasti, rivalità, critiche, mormorazioni, perché allora Paolo li chiama santi in Cristo Gesù? In realtà per natura tutti possono essere santi per partecipazione, la santità dell'uomo è un dono di Dio perché è condivisione della santità di Dio cioè della grazia che appartiene a Dio; per natura solo Lui è santo per natura noi lo siamo, in qualche modo, per partecipazione a questa grazia e a questa santità che è di Dio. E allora i Filippesi sono santi perché battezzati e quindi partecipi della bellezza e della bontà di Dio. Cioè la santità prima ancora che essere un nostro compito, nostro impegno, è un dono da parte di Dio a noi. Quando diventasse un compito diventerebbe un impegno per cercare di guardare, di custodire questo dono e questa santità che nel battesimo c'è stata donata; ci sarà bisogno di una vera e propria battaglia per lottare contro tutte quelle tentazioni che magari spengono in noi la grazia di Dio, che ci impediscono di partecipare alla grazia di Dio. Io penso che oggi possa essere utile dare un nome a quelle che azioni che sono presenti nella nostra vita e che ci impediscono di partecipare tante volte appieno della bellezza, della grazia, della bontà di Dio. E' da dare un nome a queste tentazioni e le portiamo al Signore nella nostra preghiera; per alcuni di noi può essere il desiderio di perfezionismo, il volontarismo oppure la tendenza facile a giudicare gli altri oppure ad essere diffidenti oppure agitati, facili ad innervosirsi. Proviamo a capire quali sono le passioni che ci impediscono tante volte di accogliere della nostra vita la grazia di Dio, di partecipare in pieno alla bontà di Dio però, guardate, una cosa deve essere chiara e certa: che la misericordia di Dio è sempre più grande della nostra fragilità, per cui Santo è colui che si lascia amare dalla bontà di Dio e santo è anche colui che permette a Dio di perdonarlo, è colui che crede nella potenza della resurrezione, che rende lode a Dio per la sua bontà, non spaventiamoci, allora, per le nostre fragilità e per le nostre debolezze i limiti ce li abbiamo tutti. Ho letto da qualche parte che i nostri limiti, le nostre povertà, le nostre fragilità sono come delle maniglie che il Signore utilizza per sollevarci e stringerci, senza fragilità, senza debolezze, senza limiti, noi saremo come dei vasi magari a vedersi perfetti ma senza maniglie quindi impossibilitati ad essere rialzati e abbracciati dal Signore. Santi in Cristo Gesù, questa affermazione ci porta davvero a contemplare la grandezza dell'amore e della misericordia di Dio, il saluto è poi rivolto da Paolo ai Filippesi, è tutto impostato su due parole grazia e pace. Leggiamo infatti nel versetto 2: grazie a voi e pace da Dio Padre Nostro cioè sia la grazia che la pace vengono da Dio, che sono la grazia e la pace e misericordioso è Dio che agisce a favore dell'umanità. Un'agire 'settato' solo dall'amore, dalla grazia e dalla clemenza di Dio. La sua benevolenza e la pace sono il frutto di questa grazia e quella consolazione, quella serenità del cuore donata a chi crede e la serenità della coscienza e la capacità di stare saldi e sereni tra le braccia di Dio Padre, è quella serenità che nasce dalla consapevolezza di sentirci avvolti dalla grazia, dall'amore, dalla benevolenza di Dio; grazia e pace guardate per vivere nella pace e nella serenità. Dobbiamo lasciarci colmare dalla grazia di Dio, dobbiamo lasciarci amare da Lui, arrenderci al suo amore. Allora guardare ad una spiritualità da eroi in cui siamo noi al centro di tutto e dobbiamo noi quasi quasi conquistare, con quello che facciamo e così via, significa non guardare ad un cristianesimo costruito sull'uomo. La pace non è il frutto dei nostri sforzi, bensì dell'abbandono nell'amore di Dio, tante volte nella nostra evangelizzazione, parlo soprattutto di noi sacerdoti, corriamo il rischio di insegnare troppo, magari dei precetti, di inculcare una spiritualità della conquista e non invece della figliolanza; dobbiamo lasciarci avvolgere dall'amore di Dio e tante volte amare o fare qualcosa è molto più facile che lasciarsi amare. L'ho detto già in un'altra circostanza parlando, proprio un po' di tempo fa, con una persona ammalata che mi diceva don Gianni: la fatica grande in questo momento per me non è tanto quello di accettare la malattia, la sofferenza quanto soprattutto accettare di dover dipendere da altre persone, io che ho tenuto sempre in mano le redini della mia esistenza, le redini della mia famiglia; accettare che adesso altri si prendano cura di me perché io da solo non riesco a fare più nulla è la cosa che mi costa di più. Lasciarsi amare è molto più difficile che amare, allora la pace di cui qui parla Paolo è proprio il frutto del lasciarsi amare e abbracciare da Dio.
Al saluto poi segue immediatamente il ringraziamento a Dio versetto 3: ringrazio il mio Dio. Per Paolo è un modo istintivo del cuore, cioè se è vero come è vero che tutto nasce dalla grazia di Dio che cosa è più naturale, prima di tutto, dire grazie a Dio? cioè ringraziare. Si racconta che un ragazzino un bel giorno si divertiva a girovagare, scorazzare con la sua bicicletta per le strade della città ed era tutto contento, tutto felice quando ad un certo punto fu bloccato da una suora che gli disse: ma guarda che bella bicicletta che hai e chi te l'ha data? il bambino subito risponde il mio papà' perché ieri è stato il mio compleanno. E tu - riprende la suora - hai ringraziato il tuo papà? Allora il bambino rimase in silenzio e subito si rimise sulla sua bicicletta per andare a ringraziare il suo papà. Io dico che tante volte anche noi do-vremmo aver bisogno di una bicicletta per correre a ringraziare il Signore di tutti i suoi beni. Per Paolo questo è ringraziare Dio, ringrazio il mio Dio - specifica nel versetto 3 - ogni volta che io mi ricordo di voi pregando sempre con gioia per voi in ogni situazione. Paolo cioè qui sta pensando, guardate, a quanto accaduto a Filippi alcuni anni prima cioè alla fondazione della Comunità così come viene raccontata nel libro degli Atti (At.16). La predicazione dapprima al piccolo gruppo di donne, la fede di una donna: Livia che mette addirittura a disposizione la sua casa per i primi incontri di preghiera etc. Paolo arriva a ringraziare il Signore cioè a riconoscere che tutto questo, cioè la nascita della comunità di Filippi, non è il frutto delle sue capacità bensì è una grazia da parte di Dio, un segno della potenza di Cristo risorto, è la ragione per cui Paolo ringrazia Dio è per la collaborazione offerta dai Filippesi alla diffusione del Vangelo, una collaborazione resa possibile in virtù della partecipazione da parte dei Filippesi alla grazia di Dio; per cui Paolo scrive vi porto nel cuore voi che siete tutti partecipi della grazia che mi è stata concessa sia nelle catene sia nella difesa e nel consolidamento del vangelo. E' questa partecipazione alla grazia di Dio che ha reso i Filippesi testimoni del Vangelo, vedete ancora una volta Paolo dice che tutto nasce dall'amore di Dio; non puoi essere testimone del Vangelo se prima di tutto non fai questa esperienza, l'esperienza dell'amore di Dio e noi oggi corriamo il rischio magari di proporre tante cose, anche all'interno delle nostre comunità ai nostri laici, ma di trascurare poi l'essenziale permettere loro di fare esperienza di Dio, permettere loro di fare esperienza dell'amore di Dio.
Poi al versetto 6 dice: sono persuaso che colui che ha iniziato in voi quest'opera buona la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù; prima di precisare in che cosa potrebbe consistere questo perfezionamento dell'opera di Dio, Paolo sente il bisogno di esprimere ai Filippesi i suoi sentimenti; è giusto del resto che io pensi questo di tutti voi perché vi porto nel cuore Dio mi è testimone del profondo affetto che ho per voi tutti nell'amore di Cristo versetti 7-8. Sono parole molto intense, Paolo sembra essere proprio avvinto da un affetto profondo per i credenti di Filippi, colpisce lo spessore alto di umanità, il suo è un amore sincero. Paolo conosce uno per uno i cristiani di Filippi ha in mente le loro situazioni personali, un'autentica vita di fede, un solo legame con Cristo non può che esaltare l'umanità, non può che esaltare la capacità di amare e di farsi voler bene. Quello che dicevo appunto all'inizio, l'amore per Cristo non toglie nulla all'amore umano verso gli altri anzi; anche ai Tessalonicesi Paolo scriverà: siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie creature. 8 Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari (I Tessalonicesi w 7-8). Cioè l'amore di Paolo per i Filippesi come per i Tessalonicesi è espressione proprio dell'amore e della tenerezza che furono di Gesù Cristo, tutti i Vangeli ne danno una chiara testimonianza, pensate alla compassione di Gesù davanti alle folle che sembrano essere un gregge senza pastore (Matteo 9-36) oppure davanti alla vedova di Naim che lì disperata piange perché, vedova, ha perso l'unico figlio che ha. Gesù si lascia intenerire da quel grido disperato (Luca 7-13) o ancora davanti al sepolcro dell'amico Lazzaro lì noi lo vediamo addirittura piangere, un sentimento davvero tutto umano (Giovanni 11-33). Ecco per questo amore, così umano possiamo dire, del Figlio di Dio e il segreto della partoriente che l'apostolo nutre verso la comunità di Filippi. Guardate, per noi credenti, i problemi che viviamo, le difficoltà che certamente non mancano, non possono mai costituire un motivo per non amare le persone che ci vivono accanto, per trattarle male o rispondere male o essere scorbutici. E' proprio il grande affetto che prova per i Filippesi che porta poi Paolo ad elevare una preghiera di intercessione, si legge al versetto 9, perciò prego; vedete come cambia la forza della preghiera e Paolo passa dal ringraziamento iniziale, alla domanda di intercessione, alla preghiera di intercessione alla domanda in favore delle persone amate; tante volte anche la nostra preghiera in alcuni momenti è una preghiera di ringraziamento, di gratitudine, altre volte è una preghiera di domanda; sta di fatto che la preghiera è una delle espressioni dell'amore. Amare qualcuno vuol dire pregare per lui, vuol dire intercedere presso Dio in suo favore, non è un caso che tra persone credenti ci si scambia facilmente l'invito a ricordarsi nella preghiera e quante volte magari non capita anche tra di noi dire, sapendo che magari qualcuno va in pellegrinaggio in un luogo oppure vive una giornata di spiritualità e di preghiera, mi raccomando magari fai una preghiera per me. Papa Francesco in ogni occasione conclude dicendo: non dimenticatevi di fare una preghiera per me è un ritornello costante. La preghiera è un modo semplice per dimostrare amore nei confronti di coloro ai quali noi vogliamo bene. Paolo per gli amici Filippesi domanda che l'opera di Dio iniziata in loro, con l'annuncio del Vangelo, giunga al suo compimento e che il loro amore cresca in conoscenza di modo che possano distinguere sempre ciò che è meglio (w 9-10); perciò credo che la vostra carità si arricchisca perché possiate distinguere sempre il meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno del Signore, cioè in sostanza qui Paolo chiede due cose: la prima che i suoi amati Filippesi sappiano capire che cosa è bene fare in ogni situazione la seconda che riescano ad agire sempre da persone giuste senza lasciarsi tentare dal male.
E' fondamentale fare discernimento per cercare di capire come muoversi, questo è importante per la nostra vita, stiamo attenti a non lasciarci travolgere troppo dagli impegni, dalle cose da fare. È importante il discernimento, cioè capire quello che effettivamente il Signore ci chiede, capire come muoverci ma questo richiede però tempo, richiede ascolto, richiede silenzio, ri-chiede preghiera, senza discernimento noi corriamo il rischio di agire non secondo la volontà di Dio ma secondo la nostra volontà e può essere pericoloso perché agire secondo la nostra volontà tante volte significa agire secondo i nostri egoismi, secondo magari il desiderio di primeggiare. Ma non basta, una volta compreso ciò che è bene fare occorre poi la capacità di metterlo in pratica, di attuarlo. Il passaggio dal capire all'agire non è scontato, non è così semplice, tante volte noi intuiamo, capiamo, siamo in grado di discernere che cosa è giusto fare, che cosa il Signore ci chiede di fare nelle diverse situazioni ma ahimé facciamo fatica a metterlo in pratica perché poi prevale l'orgoglio, prevale la nostra presunzione per cui magari capiamo bene che in certi momenti va bene e opportuno, è giusto spezzare certe catene però non ce la facciamo perché magari tante volte abbiamo timore di essere considerati dei deboli. E' così allora si può vedere bene e non riuscire a farlo o perché condizionati dai propri egoismi o perché frenati dalla propria indolenza, scoraggiati dalle proprie fragilità; di certo il tor-naconto, le invidie, la pigrizia sono ostacoli seri contro i quali vanno tante volte a schiantarsi le nostre buone intenzioni; per questo Paolo chiede per i Filippesi e ritengo che sia utile per ciascuno di noi la capacità di discernimento e la capacità poi di saper attuare quello che il Signore davvero chiede a ciascuno di noi.




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