Manovra: conta il messaggio o il contenuto?
23 Giugno 2010
Pubblichiamo di seguito l'articolo che Renato Balduzzi, direttore di "Coscienza", già presidente nazionale del Meic, ha scritto per il n. 53 di "Adista Segni nuovi", disponibile anche sul sito dell'agenzia.
Manovra: conta il messaggio o il contenuto?
di Renato Balduzzi
Le manovre economico-finanziarie non incontrano mai, in genere, il
consenso di tutti. Ma la manovra contenuta nel decreto-legge n. 78
del
31 maggio scorso mi sembra particolarmente problematica e sarebbe
buona cosa se ognuno rinunciasse al proprio orgoglio e la
discussione
parlamentare, senza forzature, riuscisse a migliorarla. Vediamo
perché.
La ragione principale sta nella contraddizione tra il contenuto
della
manovra e il messaggio che contestualmente viene trasmesso agli
italiani. Faccio tre esempi.
1) È certo buona cosa che, invertendo la direzione intrapresa con lo
scudo fiscale (un premio all’evasione), la manovra contenga
incentivi
ai comuni per la lotta all’evasione e per un maggior impegno
nell’accertamento. Ma occorre che, contestualmente, lo stesso
messaggio positivo nei confronti del fisco e del significato
solidaristico della tassazione provenga dalle persone che ricoprono
gli incarichi al vertice dell’esecutivo. Così non è. Qui il
contenuto
è buono, il messaggio no.
2) Il decreto-legge prosegue nella politica dei cosiddetti tagli
“lineari”, caratterizzati dalla fissazione di percentuali rigide e
uniformi di riduzioni di spesa. Così si toglie in pari misura a chi
produce e a chi sperpera. Si finisce per premiare le inefficienze e
penalizzare i comportamenti virtuosi. A fronte di ciò il messaggio
invece insiste (talvolta anche in modo demagogico) su merito,
performance, responsabilizzazione. Qui il messaggio è, almeno in
parte, buono; il contenuto no.
3) La manovra taglia i bilanci regionali in modo secco, sino
all’azzeramento della parte di spesa regionale non vincolata. Il
messaggio ossessivo di questi anni è però il cosiddetto federalismo,
che dovrebbe soprattutto responsabilizzare i territori. Cosa
impossibile se viene meno la possibilità materiale di una politica
di
bilancio. Qui, ancora una volta, c’è dissociazione tra messaggio e
contenuto: il primo potrebbe essere accettabile (ove chiarito e
riportato al suo significato etimologico); il secondo è da evitare.
Se messaggio e contenuto non si incontrano, il risultato è che
invece
di concorrere quanti più cittadini possibile a uno sforzo comune, si
continuerà a ritenere che le imposte le deve pagare il vicino, che
impegnarsi o lasciarsi andare è la stessa cosa, che federalismo
significhi egoismo di singoli, gruppi, territori e non un patto
comune
di crescita e sviluppo. Se poi a tutto questo aggiungiamo il
diversivo
della discussione sull’art. 41 della Costituzione (ritenuto, senza
alcun fondamento, responsabile delle inefficienze e dei ritardi
italiani: ma un maggior controllo pubblico sull’economia non è la
lezione che ci è venuta dalla crisi mondiale?), è difficile non
pensar
male: che dietro all’esaltazione della libertà e della concorrenza
vi
siano soltanto gli appalti in deroga, le cricche e le furbizie di
pochi. E la solidarietà muore, come parola e come pratica.
Una battuta sul metodo. Un decreto-legge zeppo di norme e normette
non è il miglior veicolo di una “manovra”. La legislazione troppo
abbondante e caotica favorisce i soliti furbi e produce
inefficienze.
Anche su questo bisognerebbe meditare.
“Più legge, meno leggi”, scrivevano i vescovi italiani quasi
vent’anni fa in un felice documento dal titolo Educare alla
legalità:
la sua ripresa e aggiornamento potrebbe essere una bella traccia per
la politica di oggi, perché diventi capace di rimettere insieme
messaggi buoni e contenuti adeguati.



