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Appello del MEIC sulle professioni
25 Ottobre 2003
Il MEIC-Movimento ecclesiale di impegno culturale rivolge un appello
alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica e, in
particolare, alle competenti commissioni parlamentari, perché le
proposte e i disegni di legge in materia di regolamentazione delle
professioni possano riprendere speditamente il loro iter e giungere
presto a conclusione, facendo chiarezza sui principali punti oggetto
di un’annosa discussione.
L’importanza, quantitativa e qualitativa, della galassia
professionale nell’Italia di oggi, impegnata in un crescente processo
di europeizzazione, chiede al legislatore un supplemento di
creatività e di coraggio per indicare sia ai professionisti (di oggi
e di domani), sia ai fruitori interessati alla professionalità e alla
correttezza dell’attività dei professionisti, uno statuto certo, un
complesso preciso di diritti e di doveri, un quadro di speranza per
il domani.
In questa prospettiva l’Assemblea nazionale del MEIC (movimento
ecclesiale di intellettuali) si permette di sottoporre alla
valutazione delle Camere alcuni punti di principio, che amerebbe
veder risaltare nella discussione parlamentare e posti a fondamento
dell’assetto normativo.
1. In primo luogo, vorremmo richiamare l’attenzione del legislatore
sulla necessità di superare la concezione della professione come
semplice prestazione o complesso di prestazioni (i testi in
discussione continuano a equiparare i due termini). La professione è
oggi prassi complessa, agire comunicativo, sintesi di interesse
individuale e di impegno civile. Il legislatore non può continuare a
considerare il professionista e le professioni come monadi a sé
stanti e svincolate dal contesto, anche perché ciò sarebbe in
contrasto con la lunga evoluzione culturale e pratica che ha da tempo
individuato nella professione uno dei principali raccordi tra
realizzazione individuale e responsabilità sociale.
2. In secondo luogo, la legge dovrebbe contenere un complesso di
incentivi e disincentivi per evitare che le professioni, per usare
un’immagine ripresa da un noto centro di ricerca, “siano curvate su
loro stesse”. Questo vale evidentemente per le “vecchie” professioni
e per gli Ordini e i Collegi professionali che le corredano, ma vale
altresì per le “nuove” professioni, tentate di chiedere al
legislatore un modello “protettivo” ricalcato esattamente su modelli
del passato.
3. In terzo luogo, chiediamo al legislatore statale di valutare
l’opportunità, da noi considerata con favore, di istituire, previe le
necessarie intese con le Regioni (anche ai fini del rispetto delle
competenze regionali ai sensi dell’art. 117, comma 3, Cost.),
un’“Autorità garante delle professioni e della professionalità”, non
per sostituirsi agli Ordini, ai Collegi e alle Associazioni
professionali e nemmeno per esercitare su di essi una funzione
tutoria, ma quale momento di garanzia e di equilibrio tra le diverse
professioni e dunque presidio e tutela a un tempo per i
professionisti e per i cittadini. La tradizionale vigilanza
ministeriale non appare più in condizioni, da sola, di assicurare un
tale momento di garanzia, stante la complessità del mondo
professionale e i conflitti di interessi, tanti e tanto pesanti, in
esso presenti. In materia di relazioni tra le professioni, di società
professionali, di tariffe, ma domani anche di controllo sulla
pubblicità, la creazione di un’autorità terza e autorevole appare, in
questo momento, non una fuga dalle responsabilità da parte del potere
politico, ma il modo più concreto di assumersele.
4. In quarto luogo, manifestiamo la convinzione che la nuova legge
quadro sulle professioni debba dettare i principi fondamentali per
tutte le professioni, “vecchie” e “nuove”: qualunque altra soluzione
lascerebbe il dubbio di aver voluto privilegiare ora le une ora le
altre, quando il problema è proprio quello di superare la logica
della legislazione sulle professioni come legislazione di
privilegio.
5. In quinto luogo suggeriamo al legislatore di istituire garanzie a
favore dei giovani praticanti o tirocinanti, mediante ponderate
disposizioni che incentivino la convenienza da parte dei
professionisti di avvalersi di praticanti e tirocinanti senza che ciò
crei condizioni di capitis deminutio per questi ultimi.
Per i professionisti riuniti nel MEIC, la professione è il luogo
ordinario di esercizio della laicità cristiana, momento eminente di
quella “vita secondo lo Spirito” cui siamo chiamati.
Per tutti, credenti e non credenti, la professione e la
professionalità sono l’identità fondamentale dell’appartenenza
sociale e come tale la loro considerazione da parte del legislatore
viene a costituire un tassello importante dell’ordinamento
giuridico.
Certo, siamo consapevoli che la virtù e il senso di umanità (anche
quelli professionali) non si creano per decreto: ma il legislatore
può incentivare o disincentivare comportamenti virtuosi.
Confidiamo che lo voglia e sappia fare, proseguendo con coraggio
sulla strada già intrapresa.



