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Relazione sul convegno di Camaldoli

14 Novembre 2012

Settimana Teologica 2012

La storia: opera di Dio, responsabilità dell’uomo

Camaldoli 26 – 30 agosto

Carlo Cirotto ricorda come il 2012 sia un anno del tutto particolare per 3 motivi: il Meic compie 80 anni, il Concilio Vaticano II cominciava esattamente 50 anni fa e il Monastero di Camaldoli compie 1.000 anni. 

La Chiesa, vecchia di quasi 2000 anni, nel Concilio ha avuto un’occasione di rigenerazione, di ringiovanimento, innovando profondamente il modo di sentirsi laici, oggi,  nella Chiesa.

 Con il Concilio ci si sentì infatti più che collaboratori, ci si sentì inseriti nella vita ecclesiale come partecipanti a questa a pieno titolo. Fu un gran passo in avanti, così molti  pensarono che si fosse già arrivati alla meta, ma invece il cammino allora intrapreso deve ancora  continuare ben a lungo : non basta essere passati dalla collaborazione alla partecipazione,  occorre passare dalla partecipazione alla corresponsabilità, impresa difficile sia per i laici che per i pastori, impresa che si può dire appena incominciata. 

Non a caso lo stesso  Meic è stato pensato come una proposta di assunzione di responsabilità per dare testimonianza di speranza e il termine ‘responsabilità’ si trova nel titolo stesso della Settimana , riferito alla storia, quella concreta, che gli uomini vanno costruendo giorno per giorno con le proprie iniziative. 

“La Settimana teologica di Camaldoli” continua Cirotto “  è da sempre spazio di dialogo e confronto e in occasione dei 50 anni dall’apertura del Concilio abbiamo scelto di interrogarci sul ruolo che gioca la nostra fede nella vita individuale e sociale, in particolare per quanto riguarda la rappresentanza politica, i criteri di distribuzione delle risorse pubbliche, i problemi del mondo del lavoro e quelli della famiglia”.
Su questa linea è stata la prima relazione : “Il Vangelo nella storia: la lezione del Concilio Vaticano II” di don Pino Ruggieri  ( docente di Teologia fondamentale allo Studio teologico di Catania e all'Issr di Bologna) .

Ruggeri considera come più di una generazione sia passata dalla fine del Concilio,  che avrebbe cambiato il volto stesso della Chiesa cattolica.

Tuttora alcuni negano questo fatto, altri dicono che il mutamento non toccò la sostanza delle cose, altri ancora che il Concilio fu un tradimento della tradizione. Comunque sia il  Concilio è stato  un evento straordinario che ha  rinnovata la concezione della responsabilità collegiale dei vescovi nella conduzione della chiesa e che ha riconsegnato la Scrittura in mano ai cristiani.

E’ iniziata così  una nuova stagione della Chiesa che si è sostanziata  nell'atteggiamento davanti alla Parola testimoniata nelle Scritture ebraico-cristiane, dopo la controversia antiprotestante, nella considerazione della storia moderna non più ridotta a una congiura dei malvagi contro l'autorità della chiesa, nella concezione della Chiesa stessa nella sua liturgia finalmente partecipata, nel nuovo rapporto con le chiese non cattoliche, nella considerazione degli "altri": gli ebrei, le grandi religioni dell'umanità, le società fondate sul riconoscimento dei diritti umani, primo fra tutti la libertà religiosa.

Tante straordinarie conquiste che  sono però  ancora da realizzarsi pienamente, dice Ruggeri,  dopo cinquanta anni.

Infatti ancor oggi, i cosiddetti "tradizionalisti", gli epigoni di quei vescovi e di quegli ambienti che durante lo stesso concilio si opposero alle riforme che esso introduceva nella vita cristiana, sono ancora molto numerosi, come dimostra  la famosa quanto vacua opposizione continuità-rottura nel Concilio Vaticano II. 

Secondo alcuni il Concilio avrebbe rotto con la tradizione precedente, secondo altri sarebbe invece il coronamento del Magistero soprattutto dell'Ottocento e del primo Novecento;  Giovanni XXIII non fu certo, come molti pensano, un ingenuo nella sua nota distinzione tra la sostanza della dottrina e la modalità del suo rivestimento ma, con questa, diede corso al Concilio. 

Oltre quello dell'abuso del Concilio il problema è ancora e soprattutto quello della lezione del Concilioche  fu un evento straordinario nella storia della Chiesa, 

sottolinenadone l'esperienza della sovranità e della libertà del Vangelo e lo sguardo amico sulla storia, che permise alla Chiesa di non usare più il "bastone della disciplina", ma la "medicina della misericordia" nel suo cammino in compagnia delle donne e degli uomini bisognosi di speranza. 

Don Pino Ruggieri ha insistito sul fatto che  sia stata operata dai Padri conciliari una profonda conversione intellettuale, abbandonando un ‘impostazione deduttivistica che traeva i criteri di lettura e di giudizio della realtà da alcuni, pochi, principi filosofici e teologici  per scegliere l’ atteggiamento inverso, quello di chi si sforza di leggere la realtà con l’occhio della fede, alla ricerca dei segni dei tempi, degli indizi del Regno di Dio che viene nella concretezza della vita.

Questa impostazione consente di intervenire con efficacia sulla realtà perché permette di leggerla nelle sue diverse sfaccettature, accogliendola in tutta la sua complessità ed identificandone quegli aspetti particolari che sono da promuovere ed amplificare con la nostra opera ai fini di affrettare la venuta del Regno.

Di taglio ben diverso l’intervento di Aurelio Rizzacasa, (già ordinario di Filosofia morale all'Università di Perugia ) :  “Gaudet Mater Ecclesia”: storia e storie di un evento”
Secondo Rizzacasa la difesa del realismo metafisico della conoscenza rappresenta una controtendenza nella filosofia contemporanea,  capace di enfatizzare l'importanza del ritorno ad una tradizione perduta. 

In quest'ottica interpretativa, il pensiero teologico finisce per privilegiare un'ermeneutica antimoderna, vedendo così nel post-moderno la deriva del pensiero contemporaneo che impoverirebbe l'etica e affiderebbe all'irrazionalità la fede religiosa, negando ogni legittimità gnoseologica alla razionalità ermeneutica. 

Il pensiero cattolico ha le sue ragioni quando evidenzia la deriva negativa del relativismo stesso; ciò in quanto, in termini teoretici, tale soluzione speculativa indica indubbiamente una provocazione polemica nei confronti dell'intera tradizione ontologica del pensiero occidentale: per essere più precisi, possiamo riconoscere che il relativismo nelle filosofie del Novecento, con tutte le sue implicazioni che coinvolgono anche la relatività dei costumi nell'incontro tra culture diverse, si traduce in due forme sintetizzabili nel modo seguente: in senso forte il relativismo indica la dottrina secondo cui non esistono affermazioni conoscitive, etiche, estetiche, ecc, assolute, in senso debole, il relativismo indica la dottrina secondo cui ogni affermazione conoscitiva, etica, estetica, ecc., pur dipendendo da determinati contesti non è totalmente dipendente da essi.

Resta fondamentale, per Rizzacasa,  il principio Credo ut intelligam .

Dalla relazione di Rizzacasa è scaturito un interessantissimo, ed inatteso, dibattito sull’epistemologia della Storia in senso lato e su una sorta di sua ermeneutica, alla luce dei “ Segni dei tempi “  perché la Chiesa stessa si sviluppa in funzione delle circostanze mutevoli della storia, pur traendo origine dal messaggio evangelico, che è trascendente e proprio per questa ragione è la principale fonte di rinnovamento perenne delle società umane. 

Nel secondo giorno si è discusso dell’impegno dei cattolici in politica, a partire dal Concilio Vaticano II. 

Due gli interventi : quello di Federico Manzoni, giovane consigliere comunale a Brescia, e Renato Balduzzi, che del Meic è stato presidente nazionale e oggi è ministro della Salute nel governo Monti.
Manzoni parla della sua esperienza nella Commissione Bilancio del Comune di Brescia, illustrando in modo semplice e piano le complicazioni della contabilità economica di un Ente Locale, le astruserie di un Diritto Amministrativo sempre più macchinoso e  incomprensibile, soprattutto oggi , quando gli Enti Locali devono fronteggiare un “ Patto di Stabilità “ che mette a rischio il proseguimento delle stesse politiche sociali ed attive dell’Ente. 

Renato  Balduzzi riflette sulla situazione attuale, in Italia  "La crisi economica è l'occasione per maturare un necessario cambiamento culturale: passare dalla prospettiva di un mondo di solitari, fatto di relazioni strumentali, dove c'è spazio solo per un'economia avida e arida, a un mondo di solidali, un sistema aperto al bene, allo sviluppo sostenibile, alla responsabilità sociale. Questa sfida, come con grande lucidità e passione ha sottolineato, commemorando De Gasperi, il ministro Riccardi, va tradotta in cultura politica".
La formula scelta da Balduzzi "era cara a Mino Martinazzoli: rendere giusto il forte e rendere forte il giusto. La forza, chiaramente, sono le Istituzioni.

 Rendere giusto il forte quindi vuol dire declinare bene il rapporto tra la forze democratiche, vuol dire rappresentare in maniera efficace la volontà popolare con una legge elettorale giusta, vuol dire preservare e difendere la nostra forma parlamentare del cui equilibrio non possiamo fare a meno. 

Rendere forte il giusto vuol dire studiare sempre di più le forme di democrazia partecipativa, investire sul terzo settore e sulla finanza etica, vuol dire deglobalizzar' e riglobalizzare, cioè ricondurre alcune questioni politiche alle scelte dei territori e contemporaneamente ricercare una maggiore equità fra nord e sud del mondo".
Il cattolicesimo democratico, conclude il ministro, "per noi si traduce nel lavorare sulla base di una passione civile autentica. Ciò non significa contrapporre la nostra storia e le nostre metodologie a quelle degli altri, ma si tratta di animare le realtà locali e le Chiese locali con la nostra attenzione e sensibilità: docili alle illuminazioni del Magistero e ai principi che ci vengono richiamati, umilmente consapevoli della responsabilità di tradurli nella mediazione culturale e politica, in particolare legislativa e amministrativa, secondo il criterio non del male minore ma del massimo bene possibile. Sulle questioni della bioetica come su quelle dell'equilibrio tra lavoro, salute e ambiente, quello del massimo bene possibile è certamente il criterio che ci deve guidare, perché occorre sempre ricercare il massimo bene possibile e non accontentarsi del minimo male”.

Mercoledì 29 agosto Stefano Tassinari, referente nazionale Acli sui temi del lavoro, ha tenuto la relazione  “Con il lavoro l’uomo rende servizio ai fratelli, pratica la carità e collabora al completarsi della divina creazione” (GS 67): dignità e sfide del lavoro oggi “
Tassinari parte da una riflessione : "Oggi c'è ancora chi pensa che lo sviluppo si possa creare a discapito di qualcun altro, o che per conservare il nostro benessere debbano esistere lavori di serie B e popoli di serie B: non ci siamo ancora". 

“ Ma” continua Tassinari “dalla crisi non si viene fuori in maniera omeopatica  cioè per la stessa strada attraverso la quale ci siamo entrati. La crisi non ha creato le diseguaglianze ma ne è figlia: la povertà del ceto medio esiste da tempo".

“ Quale via intraprendere, allora?” Occorre investire sul valore del lavoro, dare nuove regole della finanza, condurre una lotta ai paradisi fiscali, incentivare la creazione di un'autorità internazionale di regolamentazione così come auspicato dal Magistero. 

“ Importante è tornare alla sobrietà” ha sottolineato Tassinari "senza di essa non c'è sviluppo, e non si tratta di cedere al pauperismo ma di puntare sull'essenziale, costruire quello che serve davvero alla società, spendere meglio le risorse, persino decidere, nel nostro Pil, cosa ha senso e cosa no: il primo esempio che mi viene in mente sono quegli 80 miliardi prodotti dal gioco d'azzardo senza i quali probabilmente vivremmo tutti meglio. La ricetta, insomma, è recuperare la fiducia, ricostruire una dimensione di comunità in cui si dà credito agli altri, innanzitutto a livello umano”
Alla sera don Giordano Remondi osb , monaco camaldolese ha parlato sul tema :   “I monasteri siano vivai di edificazione del popolo cristiano” (PC 9): l’accoglienza del messaggio conciliare a Camaldoli “

Don Giordano,  ripercorrendo la missione della comunità monastica camaldolese, considera come il Cenobio fu un luogo pensato per l’accoglienza di pellegrini, viandanti, malati,  in modo da affiancare l’Eremo, lasciando gli eremiti liberi di dedicarsi interamente alla preghiera e alla contemplazione. Da allora il Monastero, nonostante le svariate vicende attraversate dalla Comunità nel corso di mille anni di storia, non ha mai cessato di essere un luogo di accoglienza e di ospitalità.
Come frutto dell’accoglienza presso il Monastero ricorda in particolare le Disputationes camaldulenses di Cristoforo Landino, a cui parteciparono personalità del calibro di Lorenzo dei Medici, Giovan Battista Alberti ,  Marsilio Ficino. 

Con la soppressione del 1866 l’accoglienza dei monaci fu interrotta e soltanto nel 1930 i monaci poterono recuperare l’uso della Foresteria. Qui si colloca la ripresa dell’accoglienza e la base del successivo sviluppo di attività spirituali e culturali promosse dalla Comunità monastica

Don Giordano ha ricordato come a metà Novecento il Monastero di Camaldoli ospitò nella sua Foresteria i giovani universitari cattolici, i quali costituiranno il nucleo della nascente Repubblica Italiana e produssero quel testo noto come Codice di Camaldoli che conteneva già nella struttura e nei contenuti le linee fondamentali della carta costituzionale. La Foresteria di Camaldoli, in particolare grazie all’opera di figure come don Anselmo Giabbani e don Benedetto Calati, assunse nel secolo scorso un ruolo significativo per la chiesa italiana nella spiritualità, nella riflessione e nell’approfondimento culturale, sulla scia del rinnovamento ecclesiale del Concilio Vaticano II, un mutamento innescato dal Concilio in un universo, quello monastico, che veniva spesso considerato come  il meno soggetto di tutti ai cambiamenti, almeno a quelli profondi. 

La Comunità monastica da allora si impegna su tutti i temi principali del Concilio: la liturgia, la riscoperta della sacra Scrittura, l’ecumenismo, il dialogo interreligioso, la ricerca teologica con una particolare sensibilità per il tema ecclesiologico.

Di straordinario interesse l’analisi di Simona Segoloni Ruta, docente di Teologia dogmatica all'Istituto Teologico di Assisi e giovane madre di  famiglia sul tema “ La famiglia sia la prima e vitale cellula della società” (AA 11): finalità e testimonianza dell’apostolato familiare
Simona Segoloni , che ha parlato dei segni del Regno che si intravedono nella realtà della famiglia partendo dalla propria esperienza di moglie e madre di quattro figli, si è soffermata soprattutto sul  problema della condizione della donna, problema sollevato solo nel XIX secolo quando ci si cominciarono a chiedere le ragioni della sua sottomissione fino a quel momento data semplicemente per scontata e  iniziarono  le rivendicazioni in vista dell'emancipazione femminile in ambito politico, economico e sociale. 

Ottenuta  dapprima una pari condizione fra uomini e donne da un punto di vista economico-sociale, si giunse poi a sostenere, con il movimento radicale degli anni Settanta  del secolo scorso, la negazione di ogni differenza fra i due generi . 

Si ebbe, quindi, un'altra fase concentrata sulla differenza di genere  e il recupero del mondo femminile, inteso in particolare come quello degli affetti e della maternità. 

Il dibattito sulla questione femminile nacque però al di fuori dalla comunità ecclesiale e inizialmente venne avversato da questa, proprio perché associato a posizioni anticlericali. 

Nonostante questo, però, le donne cristiane cominciarono a chiedersi se la loro posizione nella chiesa rispondesse appieno alle loro aspettative e alle loro capacità. 

Già  il messaggio finale del Concilio Vaticano II alle donne rilevava il cambiamento del contesto culturale:

“Viene l'ora, l'ora è venuta, in cui la vocazione della donna si svolge con pienezza, l'ora in cui la donna acquista nella società un'influenza, un irradiamento, un potere finora mai raggiunto. È per questo che, in un momento in cui l'umanità conosce una così profonda trasformazione, le donne illuminate dallo spirito evangelico possono tanto operare per aiutare l'umanità a non decadere.

Il dibattito sulla questione femminile e la riflessione sulla donna si fece dunque gradualmente strada nell'attenzione del popolo cristiano, della speculazione teologica e degli interventi del Magistero

Abbiamo assistito così ad una graduale, e tuttora in corso, ma non compiuta, rivalutazione della sessualità, della corporeità e della femminilità, perché la tradizione cristiana è stata accusata in più modi e da più parti di aver mortificato tutti questi aspetti dell'umano. 

Negare queste accuse senza un serio esame della storia della teologia e della prassi ecclesiale non sarebbe serio, né renderebbe un servizio alla chiesa e al mondo. 

È vero, invece, che, anche grazie all'importante contributo di Karol Wojtyla, il sospetto sulla sessualità e in particolare nei confronti della donna, sembrerebbe oramai definitivamente caduto.

Anzi, la maternità serve, in quanto esperienza caratterizzante la corporeità femminile, come chiave interpretativa per comprendere il costituirsi dell'identità umana e cristiana della donna. 

Questa esperienza corporea, che è poi una percezione di sé, si ha prima, dopo e a prescindere dal realizzarsi effettivo di un concepimento, senza per questo essere sganciata dalla corporeità e finisce per costituire l'identità della donna in modo tale da spingerla, trascendendo la stessa esperienza corporea che conduce alla maternità fisica, ad aprirsi verso l'altro, a fare spazio all'altro, a donare la propria carne perché un altro abbia la vita. 

Un dibattito di questa intensità non poteva certo rimanere fuori dalla riflessione teologica perché la tradizione cristiana è stata indubitabilmente segnata da una fortissima discriminazione nei confronti del sesso femminile non solo dal punto di vista della prassi ecclesiale, ma anche dal punto di vista teologico.

Mai è stato negato che anche le donne fossero chiamate a partecipare alla salvezza di Cristo, ma esse partivano, se così possiamo dire, da più lontano, da una condizione inferiore sotto il punto di vista umano e morale. 

Rispetto a questa tradizione la lettera apostolica sulla donna cambia completamente impostazione, servendosi dell'unico appiglio messo a disposizione proprio dalla tradizione: la riflessione sulla Vergine Maria. Giovanni Paolo II nella Mulieris dignitatem ricorda che una donna; Maria,  si trova proprio al centro dell'evento decisivo della storia della salvezza e della rivelazione, dal momento che «quando venne la pienezza del tempo Dio mandò il suo figlio nato da donna» . Dalla relazione è scaturito un intenso dibattito sulla famiglia, sulla educazione dei figli e sulla sessualità, realtà che si vanno facendo sempre più difficili da leggere e da vivere. Se un tempo i genitori potevano tentare di fornire ai propri figli modelli di comportamento regolati sulla base di norme precise, assistiamo oggi sempre più spesso all’abdicazione, forzata,  dei genitori dal loro ruolo di presenza amorevole e vigile all’interno della famiglia, pressati dal continuo variare dei modelli di comportamento e dal divario, sempre più marcato, tra generazioni. Gli stessi modelli di famiglia stanno variando e, è stato ricordato, più difficile è perfino l’auto riconoscimento di genere.  

Infine un ospite inatteso, Raniero La Valle, ha arricchito i  lavori , proponendo il Vaticano II come un efficace strumento euristico con cui leggere la storia della Chiesa ed un effettivo valorizzatore del ruolo dei laici.

 

Conclusioni

 

Il presidente del Meic Carlo Cirotto ha colto , nella complessità dei lavori svolti, un tema comune, una sorta di fil rouge che ha legato tra loro le giornate della Settimana Teologica: “il Concilio come vera e propria lente per leggere la realtà nelle sue diverse sfaccettature, accoglierla in tutta la sua complessità e intervenire con efficacia, secondo la responsabilità dei cristiani”

Tre i temi portanti: politica, lavoro e famiglia, declinati nell’ottica del ricercare il massimo bene possibile e non accontentarsi del minimo male, nella ricerca dei segni dei tempi nel complesso – e per certi aspetti tragico – mondo di oggi e nella lettura della realtà sempre più difficile e complessa nella quale è immersa oggi la famiglia. I contenuti della Settimana, che ha fatto da evento introduttivo di un percorso che il Meic vivrà nel prossimo anno associativo per celebrare i 50 anni dall’apertura del Concilio, saranno ripresi e sviluppati dai diversi Osservatori tematici che già da alcuni anni il Movimento ha attivato sulle questioni più urgenti dell’attualità ecclesiale e civile.