Foligno
Riflessione sull’XI Assemblea Nazionale
09 Gennaio 2012
Riflessione sull’XI Assemblea Nazionale del MEIC
Il linguaggio è alla base dell’evoluzione culturale, che è tipicamente umana, ed è stato accelerato dall’invenzione della scrittura, assicurando la trasmissione del pensiero da una generazione ad un'altra, permettendo a quest’ultima di raffinarsi. Nel linguaggio umano la comunicazione è descritta come il trasferimento di un contenuto da un mittente a un destinatario, attraverso l’utilizzo di un mezzo, che rechi l’intenzionalità del mittente nella maniera più fedele possibile. La realtà però è che oggi il contatto sostituisce la comunicazione, il cui senso è invece quello di mettere in comune un dono, in qualche modo comparteciparlo. Infatti, ci deve essere un contenuto nel convenire, ci deve essere qualcosa da mettere in gioco in questo processo. Oggi il mezzo di comunicazione di massa tende sempre più a divenire una forma di comunicazione ridotta a livello di puro contatto, in cui il contenuto non conta, è secondario, strumentale, irrilevante, insignificante. È arrivato perciò il momento di restituire un senso alle parole, che hanno senso quando si riferiscono alla realtà, alla verità, all’uomo, cioè, in altri termini, acquistano un senso, quando parlano di cose, quando investono le situazioni concrete, con le quali noi quotidianamente ci misuriamo, quando investono i grandi problemi esistenziali. Le parole acquistano senso, quando parlano di dono, di responsabilità, di carità, di umanità coinvolta e chiamata in gioco, quando restituiscono alla comunicazione il significato profondo di condividere un dono.
Il direttore di Coscienza, prof. Balduzzi ha affermato: “Il Meic deve proseguire il suo impegno per una comunicazione semplice ma non semplificata, in grado di tenere insieme comprensibilità, mediazione culturale e un'elaborazione di pensiero alta, che è ciò che serve al nostro Paese oggi". Semplificare il linguaggio può impoverire le coscienze. Dal punto di vista ideologico la concezione per la quale si debba decostruire la lingua per “andare verso il popolo”, rappresenta un atteggiamento che si sta superando, anche se in passato la semplificazione delle lingue è stata funzionale all’instaurazione di ideologie massificanti e totalitarie. Il modo di favorire l’educazione linguistica complessiva, è quello di non dissimulare la complessità lessicale.
Invece la conoscenza del lessico astratto tende a ridursi. Il fenomeno non è nuovo, lo avvertiamo particolarmente perché c’è un certo iato fra la lingua parlata, che normalmente è molto più “comoda” e vede diminuita una competenza e confidenza con alcune parole, e la lingua scritta, che possiede un maggior utilizzo di parole con una patina non proprio antica, ma che avvertiamo come non tipiche dell’uso parlato. In parte la scuola è la prima responsabile di questo fenomeno. Si è perso il contatto con la tradizione letteraria italiana dei secoli scorsi, c’è stata cioè un’accelerazione del naturale iato tra antico e moderno e questo ha comportato la conseguenza della perdita di un certo lessico più controllato, che però è il lessico che può capitare di leggere in un editoriale di un grande quotidiano. Il lessico, una volta scomparso, si perde anche come competenza “passiva”. In altre parole non solo non si usa, ma non si è in grado di riconoscere e capire che cosa significhi una data parola.
Ha scritto Diego Marani sul Fatto Quotidiano: “Divieti, istruzioni per l’uso e altre direttive non servono a nulla contro l’impoverimento della lingua. È altrove che bisogna intervenire. La lingua è solo uno strumento: sono le culture che parlano attraverso di lei. Ed è questa che stiamo perdendo, nell’ignoranza dilagante, nella superficialità che tutto domina, nell’incapacità di pensare, nel chiasso del guardare senza vedere. Per ripristinare la forza della nostra lingua bisogna riabituare la gente alla complessità del ragionamento, alla capacità di astrazione, alla riflessione che formula le idee. Lo strumento principe per far questo è la lettura. Per salvare la lingua serve il libro, il pensiero articolato che obbliga al raccoglimento, che stacca il pensiero dal mondo e lo trattiene fra le parole”.
Ma c’è da chiedersi se è sufficiente avere un buona idea o un bel contenuto per avere una buona comunicazione. Il prof. Pieretti ha scritto che “non è assolutamente vero che lo strumento usato per comunicare è solamente un mezzo: al contrario è un fattore fondamentale ai fini della comprensione della realtà e della qualità dei rapporti intersoggetivi”. Per il cognitivismo quando comunichiamo non ci scambiamo semplicemente una successione di parole strutturate grammaticalmente (strutturalismo linguistico), ma anche uno schema mentale. Lo schema mentale serve al destinatario come cornice di lettura del messaggio. Quindi nell’atto comunicativo è necessario trasferire sì il contenuto, ma anche lo schema mentale necessario per la sua decodifica. In altre parole lo schema mentale rappresenta il codice con cui un mittente trasforma un’intenzione comunicativa in un linguaggio strutturato che viene interpretato fedelmente solo se compreso da un destinatario che usa lo stesso schema mentale del mittente. È quindi necessario al fine di trasferire un contenuto fedelmente, che mittente e destinatario utilizzino lo stesso schema mentale o, come si dice in gergo tecnico, lo stesso “frame” o la stessa cornice di lettura. Ad esempio è stato dimostrato che se il mittente confeziona delle storie che tendono a confondere gli schemi mentali del destinatario questi tende a dimenticarle o a ricordarle alterate o a ritoccarle con la propria esperienza facendo perdere il messaggio, anzi generando incomprensione.
C’è quindi da chiederci: quale schema mentale hanno i destinatari dei contenuti prodotti dal Meic? Forse stiamo parlando solo fra di noi? Concludiamo con le parole tratte dal discorso del Presidente del Meic, prof. Cirotto: “Abbiamo a che fare con molte parole, ma siamo incamminati verso l’unica, definitiva Parola che è la Verità. Mentre camminiamo, possiamo rendere la mèta più vicina dedicando le nostre energie a gettare semi di unità tra le lingue, le culture, le organizzazioni sociali e religiose di questo nostro mondo”.
PhD Bernard Fioretti e Dr David Sebastiani



