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SEI PAROLE PER IL DOMANI L’etica che verrà

25 Giugno 2020

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di STEFANO BIANCU

Che cosa possiamo conoscere, che cosa dobbiamo fare, che cosa possiamo sperare sono le tre domande che, fin dai tempi di Kant, riconosciamo come essenziali per ogni tentativo umano di pensare l'esistenza e il reale: tre domande rispetto alle quali l'esperienza della pandemia ci ha sottratto ogni facile risposta.

Ciò che è in nostro controllo e ciò che non lo è

 Molte volte, durante la pandemia, la situazione ci è apparsa fuori controllo. Proprio così potrebbe essere tradotta la domanda kantiana intorno a ciò che possiamo conoscere: che cosa è in nostro controllo e che cosa non lo è? Ciò che conosci lo domini, ciò che non conosci ti domina.

Il virus ci ha imposto di fare il lutto della illusione di poter avere tutto sotto controllo. Ma ci ha anche messo davanti agli occhi l'esigenza di fare tutto ciò che di buono è in nostro potere. Il virus - in altri termini - ci ha con forza ricondotti alla nostra condizione di esseri vulnerabili e responsabili.

Siamo vulnerabili: qualcosa che non controlliamo può, in ogni momento, ferirci e finanche annientarci. Non c'è assicurazione sulla vita che tenga. D'altra parte, il tentativo vano di immunizzarci da ogni rischio produce un danno maggiore del beneficio atteso. Se per salvaguardare la vita eviti ogni rischio, finisci per annientare quella vita che vorresti proteggere e preservare.

Una vulnerabilità accettata è anche ciò che ci permette di accedere alle esperienze più grandi della nostra umanità. Investire energie in un progetto che - nonostante tutto - potrebbe fallire, esprimere liberamente ciò di cui si è convinti anche se magari non sarà accettato e dovremo pagare per questo, dichiarare il proprio amore a una persona che forse non lo ricambierà, scegliere di condividere la vita con una persona che forse un giorno ci ferirà, confidarsi con un amico che potrebbe non comprenderci o che magari ci tradirà, essere generosi con qualcuno che forse se ne approfitterà: sono tutte esperienze di una vulnerabilità accettata che ci espone al rischio della ferita e del fallimento, ma che anche costituisce l'unica porta di accesso per la nostra umanità, rendendoci vivi. Alla fine della nostra esistenza, sapremo di aver vissuto nella misura in cui avremo accettato la nostra vulnerabilità: le occasioni perse saranno altrettanti sacrifici sull'altare della pretesa di metterci al riparo dal rischio della ferita e del fallimento.

Se il fatto di non poter controllare tutto ci rende vulnerabili, il fatto di poter controllare qualcosa ci rende responsabili, di fronte a noi stessi e agli altri. Non siamo onnipotenti e tuttavia, per la parte che ci compete, siamo responsabili.

La scelta di mettere in quarantena interi Paesi del mondo, con gravi rischi per l'economia mondiale, è stata una scelta di responsabilità a favore di tutti, e in particolare dei più vulnerabili. Nel prossimo futuro altrettanta responsabilità dovremo esercitarla verso coloro che la crisi economica avrà reso vulnerabili.

Da qui l'etica dovrà ripartire: dall'accettare che non tutto è in nostro controllo e che la pretesa di assicurarci da ogni rischio uccide la vita; ma anche dall'accettare la responsabilità di fare tutto ciò che di buono è in nostro potere fare: per il bene di tutti e in particolare dei più vulnerabili.

Ciò che dobbiamo fare

Li abbiamo chiamati eroi: medici, infermieri e personale sanitario che, nei giorni bui della pandemia, hanno messo a rischio le loro vite per salvare altre vite umane. Proporzionalmente, rischi simili li hanno assunti molti altri lavoratori. Niente di tutto questo era previsto nei loro contratti di lavoro eppure nessuno di questi eroi ha mai dichiarato - e presumibilmente neppure pensato - di aver fatto più del proprio dovere.

Ciò che abbiamo vissuto ci imporrà di cambiare radicalmente la nostra comprensione del dovere. Dovremo riconoscere che il dovere è più ampio di ciò che è esigibile rispetto a una norma o ai diritti di un terzo. Finora abbiamo considerato la solidarietà, la fraternità, l'amore come attitudini supererogatorie: buone, ma non strettamente dovute. L'esperienza della pandemia ci ha dimostrato che, accanto al minimo necessario di ciò che è esigibile (ciò che qualcuno può pretendere da me), esiste anche un massimo che è altrettanto necessario: nessuno - singolo o istituzione - potrà esigerlo da me, eppure so che è in qualche modo dovuto. Lo devo fare.

Nessuno può esigere da me amore, ma se non amo - e non agisco di conseguenza - non rispondo adeguatamente all'appello che dall'altro mi giunge. E neppure vivo. Non è soltanto per i credenti che l'amore è un comandamento: è per vivere da umani. E da qui, da una comprensione più ampia del dovere, dovrà ripartire l'etica che verrà.

Ciò che possiamo sperare

Andrà tutto bene, ci siamo ripetuti come un mantra. Ma abbiamo finito per crederci sempre di meno e abbiamo iniziato a ripetercelo con sempre minore convinzione. Una colonna di camion militari che portano via le bare dei caduti si è portata via anche le nostre troppo facili illusioni: alla fine non tutto sarà andato bene, perlomeno non per tutti.

Eppure l'esperienza del virus, che ha lasciato dietro di sé una immensa montagna di macerie umane, ci ha dimostrato che - nonostante tutto - possiamo sperare, e che dunque dobbiamo farlo. A patto di non intendere quel "tutto andrà bene" come un "non ci accadrà nulla di male". Sperare non significa illudersi di non essere vulnerabili, di essere immuni dal male e dal dolore. Piuttosto significa sperare che tutto quell'immenso dolore avrà un senso: che ciò che di male accade, non accada invano. Un senso, forse non immediatamente evidente, ci deve essere. E a noi spetta di agire perché ci sia.

Di questa speranza, che non rimuove illusoriamente la vulnerabilità ma la accetta, siamo tutti responsabili. Da noi dipenderà in buona parte se tutto questo avrà avuto un senso: se da queste macerie sapremo ricostruire un mondo umano diverso e migliore. All'insegna di un amore che sa di essere un massimo, ma un massimo necessario.

(da "Coscienza" 1-2/2020)