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SEI PAROLE PER IL DOMANI Davanti al bivio tra “io” e “noi”

14 Maggio 2020

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di BEPPE ELIA

Parlare di futuro in una situazione di emergenza può sembrare un azzardo, eppure è una necessità. Perché fra qualche tempo la pandemia si sarà molto attenuata e la vita riprenderà a fluire con i suoi ritmi ordinari. E ci troveremo ad abitare un mondo diverso, segnato da questa vicenda che ha travolto le nostre esistenze e lascerà tracce indelebili: psicologiche, sociali, economiche.

Nei nostri discorsi parliamo spesso del dopo Covid-19 come ritorno alla normalità e ci sorprendiamo inconsciamente a pensarla nelle forme con cui l'abbiamo vissuta fino a ieri, ma non sarà così. E del resto la normalità che ci lasciamo alle spalle è davvero ciò che dobbiamo sperare di riconquistare o non è essa stessa una delle cause dei problemi che stiamo vivendo? Mentre ci adattiamo docilmente (e chi l'avrebbe mai detto per un popolo indisciplinato come il nostro!) alle gravi limitazioni che il governo e gli esperti ci stanno imponendo per il bene comune, qualche diffuso pensiero critico comincia ad aleggiare; non tanto stavolta sul modo di gestire questa crisi dalle dimensioni imprevedibili, ma sulla impreparazione collettiva a prevenirne gli esiti più infausti, ed anche soprattutto sui modelli sociali ed economici con i quali abbiamo convissuto per decenni.

Non sono così sicuro che usciremo migliori da questo tempo faticoso, perché da esso non traiamo tutti gli stessi insegnamenti. In un'epoca fortemente connotata da un'etica individualista, ho il timore che molti, forse moltissimi, vorranno rafforzare ancor più gli strumenti di difesa personale o del proprio gruppo sociale, chiederanno di blindare ulteriormente le loro esistenze dagli assalti di aggressori esterni, quelli in carne ed ossa e quelli più imprevedibili ed invisibili agli occhi; e chiederanno ai governanti, dopo aver dispiegato energie per prevenire un'immigrazione indesiderata, di realizzare, per sé e per i propri territori, argini contro malattie infide o contro chissà quale altro nemico subdolo.

Credo abbiamo il dovere di coltivare un'altra prospettiva, che nasce guardando quelle di migliaia di persone, fino a ieri magari bistrattate, che stanno spendendo la loro vita, con umanità e senso di responsabilità, per curare, accompagnare, aiutare chi è più fragile, attuando (credenti e non) quelle opere di misericordia che hanno nel messaggio evangelico il loro fondamento.  Li abbiamo chiamati eroi, cioè gente eccezionale in un tempo eccezionale, e che consentono a noi di vivere sonni più tranquilli nelle retrovie perché loro sono in prima fila.  Ma in realtà la vita di una società si regge se la solidarietà ne costituisce l'asse portante; non quella di pochi che ci aiuta nelle situazioni di crisi, ma quella di un intero popolo che comprende quanto dipendiamo gli uni dagli altri. Lo abbiamo spesso ripetuto in questi anni di fronte all'incedere di ogni forma di egoismo, di ostilità, di intolleranza, di discriminazione: che solo costruendo una società più fraterna e coesa, più attenta ai poveri di qualunque tipo, si può davvero crescere. Oggi un minuscolo virus ha smascherato ogni pretesa di autosufficienza e ci sta inducendo a pensare di più a chi siamo e a dove vogliamo andare.

I mesi che verranno saranno certamente duri. Servirà un grande spiegamento di risorse; e speriamo che l'Europa comprenda quanto importante sia pensarsi come una realtà unitaria, in cui la sofferenza di qualcuno è la sofferenza di tutti; che la solidarietà non si misura con le parole di sostegno, ma con politiche adeguate alla complessità dei problemi che si devono affrontare. La crisi che viviamo in questi giorni disvela in particolare che esistono gruppi sociali molto vulnerabili, e che rischiamo di consegnare, se non attuiamo un cambiamento radicale, alla protezione delle organizzazioni criminali.

Dovremo riorientare le nostre scelte, individuare le priorità, elaborare ed attuare con coraggio programmi che pongano a fondamento la sostenibilità di questo pianeta, lo sviluppo delle conoscenze, l'equità sociale e generazionale, nuove strategie di creazione  e distribuzione della ricchezza, un'economia che si alimenti della forza generatrice della società civile, la ricerca incessante della pace, fatta di iniziativa politica e di decisioni sagge (a cominciare da un ripensamento sulla produzione e sul commercio di armi). Dovremo gestire problemi complessi, in particolare quello dello sviluppo tecnologico, da ricondurre a servizio dell'umanità e non strumento in mano ai potenti. Dovremo imparare a misurarci con le situazioni eccezionali, investendo in prevenzione e preparando strumenti adeguati, ma anche avendo la consapevolezza che non tutto è conoscibile anticipatamente.

Abbiamo bisogno di una classe politica che non blandisca o rassicuri, ma che dica con autorevolezza parole vere, anche se impopolari, e con responsabilità agisca. Perche solo così i cittadini si sentiranno parte di un progetto cui ognuno deve dare il suo apporto.

 E servirà un grande impegno collettivo degli italiani, fatto anche di sacrifici da parte di coloro che più hanno disponibilità economiche (che è ben altra cosa del pur generoso contribuire di questi giorni alle esigenze dei nostri ospedali o delle mille situazioni di disagio); ci è domandato un grande salto, etico e culturale, che si realizza nella vita ordinaria, accettando anche alcune misure severe (ad esempio contro l'evasione fiscale) se queste servono a generare più giustizia sociale.

Vedo in giro molto pessimismo (di chi paventa negli anni a venire una crisi sociale ed economica drammatica) e, all'opposto, anche molto ottimismo (di chi pensa che la crisi attuale prepari una svolta positiva per il nostro Paese). Il futuro sarà quello che noi sapremo essere: protesi a ricercare solo la propria individuale prosperità, e allora si produrrà un mondo ancor più disuguale ed impoverito, o capaci di guardare al bene di tutti. Spero avremo il coraggio di imboccare questa seconda via.

(da "Coscienza" 1-2/2020)