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La questione femminile una questione ecclesiale

08 Marzo 2020

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di MARINELLA V. SCIUTO

Per la prima volta dal 1946, la Festa internazionale della donna, 8 marzo, è una festa solitaria visto il rinvio di cerimonie, incontri culturali, dibattiti, a causa dell'emergenza sanitaria in corso.

Come donne e uomini attivi nel Meic, avvertiamo la responsabilità di esprimere il nostro punto di vista sullo stato di salute delle donne nella Chiesa Cattolica alla luce della lettura dell'esortazione apostolica postsinodale "Querida Amazonia", pubblicata il 12 febbraio scorso nel giorno della memoria della prima martire del creato, suor Dorothy Stang, una religiosa americana, uccisa in Brasile nel 2005 per aver difeso i diritti dei contadini vessati dai latifondisti. Da questa premessa, ci si sarebbe aspettato un passo coraggioso verso il pieno riconoscimento della dignità e dell'uguaglianza delle donne nella Chiesa, così come fortemente evidenziato nell'appello diffuso dal Catholic Women's Council (CWC).

Nella Chiesa dal volto amazzonico, samaritana, incarnata, maddalena, mariana, la donna svolge già il ruolo di «coordinatrice di comunità». Nel "sogno ecclesiale", invece, espresso con toni ispirati dall' Esortazione, si legge che, mentre Gesù è il modello dell'uomo, il sacerdote, che presiede l'Eucaristia, «le donne danno il loro contributo alla Chiesa secondo il modo loro proprio e prolungando la forza e la tenerezza di Maria, la Madre» (cfr. n. 101). Resta però il fatto che Gesù è, comunque, modello di ogni credente, colui che vive in ogni credente, maschio o femmina che sia (Maria compresa)! A ben vedere, come è stato notato, le donne danno il proprio contributo "non prolungando la forza e la tenerezza di Maria, ma la forza e la tenerezza di Cristo che anche Maria ha vissuto. Lo fanno in modo femminile, certo, cioè con quello che sono: colte o ignoranti, sane o malate, madri o no, innamorate o abbandonate, violate o rispettate. Lo fanno di solito soffrendo molto di più degli uomini, perché il mondo è ingiusto contro i poveri, contro la terra e anche contro le donne".

Se il nesso Chiesa-donna è strutturalmente inscindibile, bisogna chiarire una volta per tutte che una teologia della donna non può che passare attraverso una teologia di donne. Si tratta di rendere più incisiva e significativa la presenza femminile, perchè le donne, consacrate o laiche, non restino nella Chiesa ai margini dei diversi luoghi dove vengono prese decisioni importanti, e vivano estranee ai processi vitali della sua storia; in tale prospettiva riteniamo sia da valorizzare ogni importante passo in avanti pensato per riconoscere la soggettualità femminile (come ad esempio l'accesso al diaconato).

È certamente determinante una elaborazione teologica che percorra nuovi cammini (in un contesto culturale e sociale nel quale le relazioni sono completamente mutate), ma per correggere l'evidente sbilanciamento esistente nella Chiesa tra il maschile e il femminile, bisogna definire ed attuare anche prassi ecclesiali dalle quali può derivare un cambiamento delle idee e della mentalità dominante.

La Chiesa deve poter vivere a pieni polmoni, in quanto comunità di donne e di uomini. Quella che viene abitualmente indicata come "questione femminile" è in realtà una " questione ecclesiale".

Adoperarsi per diventare Chiesa di uomini e donne, in un discepolato di "eguali", andando oltre le affermazioni formali di pari opportunità o pari dignità, e superando le troppe ingiustizie e discriminazioni di fatto presenti, è un passaggio strategico per la riforma ecclesiale complessiva. La parità tra uomo e donna va, pertanto, intesa non solo come uguaglianza, ossia come uguale possibilità di espressione ed accesso a ruoli di responsabilità, ma come uguaglianza nel riconoscimento delle diversità, che rappresentano un'occasione di arricchimento per la comunità cristiana e per la società.