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CONVEGNO DI TORINO "La pace ogni passo": il documento finale

31 Ottobre 2019

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Documento congiunto MEIC - Centro culturale protestante di Torino

All'indomani della seconda guerra mondiale in Europa si è sviluppato un convinto percorso di pacificazione, fatto di dialoghi, di cooperazione, di integrazione fra Stati, rompendo una lunga storia di conflitti.

Abbiamo coltivato la speranza che questo continente più unito (pure in presenza di innegabili tensioni e incomprensioni) potesse essere segno di progresso per tutto il mondo, inizio di un tempo nuovo nel quale si cominciano a realizzare le parole di Isaia (2,4) "Spezzeranno le loro spade per farne aratri, trasformeranno le loro lance in falci. Una nazione non alzerà più la spada contro un'altra nazione, non impareranno più l'arte della guerra".

Il crollo del muro di Berlino ci ha rafforzati in questa convinzione, cioè che l'amicizia tra i popoli potesse estendersi anche là dove le grandi potenze sembravano aver generato invincibili divisioni. E il mondo globale che in quegli anni si stava dischiudendo, nel quale le relazioni diventavano ogni giorno più facili e che vedeva comparire come attori Paesi di grandi tradizioni, fino ad allora ai margini della scena internazionale, ci è apparso come una enorme opportunità.

Ma a risvegliarci da questo sogno ha provveduto una realtà imprevista; perché la globalizzazione non ha generato un mondo più giusto ma ha visto crescere le disuguaglianze, e la speranza di un mondo meno litigioso si è scontrata con il permanere e il diffondersi di una molteplicità di guerre, talora anche dimenticate, in molte aree del nostro pianeta.

Ed è cambiato il nostro modo di vedere il futuro: la fiducia ha lasciato il posto alla paura, perché ci troviamo di fronte a problemi complessi, di cui non si vede una facile soluzione. E così l'apertura all'altro, al differente da noi, si è trasformata in preoccupazione, ostilità, inimicizia: l'altro è colui che turba l'equilibrio della nostra fragile esistenza. Non è morta la solidarietà, ma si è ristretta al proprio gruppo sociale (la propria famiglia, la propria regione, la propria comunità locale o religiosa, la propria nazione). Gli interessi particolari prevalgono sulle istanze comunitarie.

Il mondo vive una stagione difficile e irrequieta: nei rapporti internazionali il multipolarismo è ormai soppiantato da rapporti bipolari fra singoli stati, il riemergere di culture sovraniste e fortemente identitarie alimenta il rischio di nuove tensioni anche là dove negli ultimi decenni si era cercato di creare relazioni armoniche, grandi interessi economici (in molti casi legati al lucroso commercio di armi) soffiano sul fuoco di guerre locali, a cui ormai si guarda con colpevole indifferenza.

La pace e la fraternità per molti non sono più un valore primario; lo sappiamo osservando ciò che avviene nelle nostre città, nelle relazioni sociali. I costruttori di pace sono spesso sbeffeggiati e considerati degli inguaribili utopisti, che vivono in una dimensione irreale. Si sente una grande domanda di sicurezza, di protezione, di uso della forza, mentre non interessa più costruire una società coesa, in cui si aiutino i più deboli e i più fragili; i poveri sono percepiti come estranei al consesso civile, lasciati ai margini di tutto, talvolta in contesa fra loro: i penultimi contro gli ultimi.

Eppure, su questo terreno arido di vita e apparentemente senza futuro, nascono e crescono esperienze di accoglienza e di pacificazione. Perché gli "inguaribili ottimisti" hanno la fortissima e decisiva convinzione che l'umanità deve diventare la famiglia di tutti, se vuol salvarsi dagli egoismi e dai pericoli dell'intolleranza. Sta a noi, a ognuno di noi, alle nostre piccole realtà comunitarie, alle nostre associazioni essere parte di questo processo controcorrente.

Ne hanno bisogno le nostre comunità civili, ma anche le nostre comunità cristiane, in cui spesso i credenti sono smarriti, e anziché testimoni coraggiosi delle beatitudini evangeliche si ritraggono negli spazi confortevoli delle mura ecclesiali, o ancora sono attratti dalle rassicuranti parole e dai gesti plateali di leader politici che si dicono difensori della religione cristiana. Vi è un'urgenza grande di riflessione biblica; interrogarci intorno al nucleo essenziale del Vangelo è imprescindibile per ogni uomo e donna che vuol mettersi alla sequela di Cristo.

Occorre rigenerare la cultura della pace, attraverso un cammino fatto di studio, di incontri, di esperienze condivise. Abbiamo il dovere di aiutare a conoscere, a rompere gli schemi oggi vincenti dei facili proclami e delle risposte semplicistiche: conoscere la storia, conoscere la situazione presente nei suoi dati reali e non attraverso le percezioni che nascono da false narrazioni, ma anche, e forse soprattutto, conoscere le persone. Perché conoscere in questo caso non è solo un atto della mente, per quanto importante, la comprensione di un problema, di una realtà astratta o lontana, ma un ri-conoscere, un accettare l'altro per quello che egli è, per quello che mi domanda e per quello che mi può donare, un fratello o una sorella prima di ogni altra cosa. Non siamo però ingenui, sappiamo che questo comporta sempre una fatica, talvolta anche tensioni e conflitti; ma questi possono essere risolti all'interno di un rapporto di umanità.

Cultura di pace significa anche azione profetica: verso le forme di intolleranza, di razzismo, di prevaricazione, presenti nei rapporti interpersonali, sociali, politici; verso i meccanismi economici e di potere che alimentano guerre e divisioni; verso le scelte che aumentano l'ingiustizia sociale, penalizzano le generazioni future, mettono a rischio l'ambiente.

Abbiamo infine il dovere della concretezza, attuando, anche in modo creativo, nuovi progetti che rafforzino la fraternità e la coesione sociale, valorizzando e potenziando le iniziative che già sono in atto (alcune delle quali realizzate dai nostri gruppi e dalle nostre comunità), tessendo delle reti di collegamento che rafforzino le molte realtà di umanizzazione presenti nei nostri territori.

#torino2019