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Erdogan, i curdi e l'indignazione : ma quanto sporca la nostra coscienza

20 Ottobre 2019

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di MAURIZIO AMBROSINI

L'attacco turco alla regione siriana del Rojava, a maggioranza curda, ha suscitato viva indignazione e proteste. Non deve però sfuggire l'argomento subito evocato da Erdogan con la brutale franchezza che gli è propria: la Turchia accoglie 3,7 milioni di profughi, prevalentemente siriani, preservando l'UE dal farsene carico. Ora minaccia di lasciarli partire verso l'Europa. Le prudenti reazioni delle cancellerie europee, le caute condanne dell'UE, la comprensione da parte della NATO, hanno varie ragioni, ma la questione dei profughi è cruciale. Nessuno che abbia parlato di escludere la Turchia dai circuiti finanziari, di boicottare l'acquisto dei suoi titoli di Stato, di congelare i conti correnti all'estero dei suoi dirigenti. Sarà già tanto se si arriverà a bloccare il commercio di armi e bisognerà vedere fino a quando. Per l'Italia la Turchia è il terzo cliente in materia, dopo Qatar e Pakistan.

Si contesta spesso ai sostenitori dei diritti umani il costo delle loro idee, nonché lo scarso realismo del loro approccio. Ebbene, oggi i campioni della realpolitik forse avranno di che riflettere sui costi del loro presunto pragmatismo, dei loro accordi con governi autoritari posti a guardia delle nostre frontiere, della loro diserzione dalla difesa dei valori etici su cui una politica democratica non dovrebbe mai deflettere. Ricattandoci con i profughi, Erdogan ci ha tolto voce, autorevolezza, credibilità internazionale.

Ma la storia non finisce qui. Varie fonti rivelano che il leader turco intende insediare nella regione strappata ai curdi siriani buona parte dei profughi da lui accolti (malamente) in questi anni: si parla di due milioni di persone. Un insediamento forzato in un territorio ostile, lontano dalle zone di origine e senza i mezzi per ricominciare. Si preparano altre sofferenze, forse tragedie. Se non abbiamo voluto accogliere a suo tempo i rifugiati siriani, cerchiamo almeno ora di aprire a una parte di loro la porta della speranza, mediante un rafforzamento dei corridoi umanitari o altre misure di reinsediamento.