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Le domande di Noa a cui non abbiamo saputo rispondere

09 Giugno 2019

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di MARINELLA V. SCIUTO

La tragica vicenda della diciassettenne olandese Noa Pothoven, morta domenica 2 giugno nella sua casa Arnhem, merita un tentativo di riflessione sotto diversi aspetti. Intanto la modalità di diffusione della notizia, definibile nella categoria delle fake news, data dai media prima come caso di eutanasia di Stato e poi corretta in lento suicidio accompagnato da presenza medica, anche se non si può parlare propriamente di suicidio assistito; in secondo luogo, la pubblicazione della foto della giovane nonostante fosse ancora minorenne; in terzo luogo, le stesse circostanze della sua morte, risultate meritevoli di ispezione da parte del Ministero della Sanità olandese; infine non si può tacere del tentativo da parte della politica di strumentalizzare la dolente vicenda come anteprima dell' imminente dibattito in Commisione Affari e Giustizia della Camera chiamata dalla Consulta a licenziare entro settembre una legge che colmi il vuoto normativo italiano su eutanasia e suicidio assistito. La nuda verità è che questo caso pone l'antico tema della vita, tesa tra amore e odio. Di fronte a questo tema esistenziale, opportunamente Vittorio Macioce conclude «Non si può giudicare la morte di chi non ne può più della vita», richiamando l'invalicabile confine della sfera privata del morire. E' dunque sospeso ogni giudizio? Ma cosa ci assicura che la scelta di Noa sia stata veramente tale, ossia una decisione libera? La giovane, come abbiamo appreso, soffriva di stress postraumatico, anoressia, forme di autolesionismo e depressione. Descritta da chi l'ha incontrata come una ragazza intelligente e combattiva, autrice di un libro autobiografico dal titolo "Vincere o imparare", scritto con l'intento di fare coraggio ad altri giovani affetti da anoressia, aveva subìto per due volte, pur alla sua giovane età, delle violenze sessuali, la prima a 11 anni durante una festa di compleanno e poi a 14 da due uomini vicini di casa. Dopo aver denunciato la violenza ha rinunciato a mettere sotto accusa i suoi aggressori perché impaurita davanti all'ipotesi degli interrogatori su una vicenda che le provocava sofferenze psichiche devastanti. Di fatto i due aggressori sono allo stato liberi e impuniti. Dopo i ripetuti tentativi di suicidio, era stata sottoposta, su sentenza del tribunale di Arnhem, ad un trattamento per sei mesi di alimentazione forzata in stato di isolamento dalla famiglia, a 50 km da casa, esperienza questa che ha suscitato nella ragazza la diffidenza e la paura verso decisioni degli adulti sulle sue condizioni di salute. Nel frattempo smette di andare a scuola perché troppo debilitata, a dicembre scorso quindi si era rivolta, all'insaputa dei genitori, alla clinica Levenseinde dell'Aja, specializzata nel suicidio assistito in Olanda, che le aveva negato l'autorizzazione, rimandando la scelta all'età di 21 anni, consigliando intanto una terapia specifica per il trauma psichico. La legge olandese infatti ammette l'eutanasia per malattie irreversibili che provano sofferenze fisiche insopportabili e non per sofferenze psichiche. Davanti a questo rifiuto, Noa ha annunciato ai suoi "amici" sui social la sua decisione irreversibile di lasciarsi morire con parole irrevocabili come "Respiro ma non vivo più". Gli ultimi giorni, prima di perdere conoscenza, ha salutato le persone a cui voleva bene: era diventata nel frattempo un personaggio "famoso" ricevendo la visita di personaggi dello sport e politici. "L'amore è lasciare andare", aveva scritto sui social esortando i suoi follower a non dissuaderla dalla sua decisione. Ma amare, ha scritto Massimo Recalcati , «non significa mai lasciare andare la vita verso la morte. Amare è provare a rendere la vita viva», vita non ingenuamente intesa con entusiasmo da mattina a sera, ma accolta con le sue gioie e i suoi dolori, siano essi fisici che psichici. Lo scandalo è lo scacco non solo delle terapie ma anche del discorso educativo del nostro tempo.
I suoi genitori, straziati dal dolore, hanno espresso l'auspicio che «la morte della figlia serva a migliorare l'assistenza fornita ai giovani vulnerabili dell'Olanda». Dopo aver esaudito la lista dei desideri prima di morire, guidare un motorino, fumare una sigaretta, bere una bottiglia di birra, c'era solo un ultimo desiderio che non è stato possibile esaudire: mangiare del cioccolato bianco. Resta l'immagine di questo desiderio a fissare per sempre una vita che se n'è andata davanti all'impotenza dei suoi cari, della società olandese, della comunità educativa, delle chiese in nome di una libertà di scelta che manifesta tutte le sue fragilità, tenuto conto delle problematiche condizioni psicofisiche della giovane. «Ogni suicidio è una domanda di amore inevasa» ha dichiarato incisivamente mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontifica accademia sulla Vita. La vicenda di Noa, dunque, con il suo nome di origine ebraica dal significato intenso di "riposo", ci scuote e ci costringe a stare svegli, ad interrogarci sul ruolo degli adulti in una società sempre più fragile e complessa.