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BENEDETTO COLUI CHE VIENE La promessa di una liberazione vicina

02 Dicembre 2018

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di DON GIOVANNI TANGORRA
assistente nazionale del Meic

L'avvento è una promessa di futuro. Ci piace vagheggiare sul futuro, lo cerchiamo nell'ignoto, nella novità, nel cambiamento, ma quando è senza promesse, assomiglia a un faro spento che incute paura. Per saperne di più andiamo da cartomanti, astrologi e indovini, che pare costituiscano l'unica categoria a non conoscere la crisi economica. Cos'è: volontà di potenza, fuga dal presente, balsamo consolatorio, o più semplicemente, voglia di speranza?

Il futuro resta comunque l'ultima frontiera. Esso esce semplicemente dalle nostre possibilità. È imprevedibile, può rovesciare l'attimo con una svolta felice o distruggere ciò che si è costruito con tanta meticolosità. Dinanzi al futuro siamo veramente poveri, ma ci sono anche i poveri di futuro, ed è a loro che si rivolge la promessa dell'avvento.
La prima lettura contiene il sogno messianico (Ger 33,14-16). Dio stesso s'impegna, verrà il suo Unto e qualcosa muterà. La promessa non è vaga, ma ha un contenuto molto concreto: «Eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra». Un popolo senza giustizia perde il suo domani e torna al passato, fantasticando sulle cipolle d'Egitto. Il fatto che il suo avvento coincida con il giudizio getta invece nell'inquietudine la nostra responsabilità.

Il testo attribuisce inoltre a Dio stesso il nome «nostra giustizia», e ciò dovrebbe correggere l'idea della sola e rassicurante immagine dell'amore. Si dice pure che il messia viene come un "germoglio". Il vero cambiamento non è istantaneo, cresce come un albero sostenuto dalla forza del seme, che contagia con la sua speranza il terreno che lo circonda.

La seconda lettura (1Ts 3,12-4,2) invita a tenere i cuori «saldi e irreprensibili nella santità». Il futuro promesso dall'avvento non è a senso unico: il Signore viene incontro, ma anche noi dovremmo muovere i nostri passi per non mancare l'appuntamento. Luogo d'incontro è la santità, resa con la "sovrabbondanza" dell'amore. Saldezza e irreprensibilità sono invece le virtù del pellegrino che punta alla meta nonostante le fragilità del cammino.

Il vangelo (Lc 21,25-28.34-36) parla del secondo ritorno di Cristo nella parusia, che costituisce il suo secondo avvento. Il germoglio è giunto alla piena fioritura. Per parlarne Gesù non usa però il linguaggio poetico, bensì quello apocalittico, carico d'immagini devastanti. L'apocalisse nasce come ultima risorsa dei poveri, delusi dalle attese di giustizia. Non c'è più spazio per l'ottimismo, e nemmeno per la pazienza: gli oppressi invocano il giorno del giudizio, il tremendum di Dio.

Dal cielo sconvolto si stacca la figura del «figlio dell'uomo venire su una nube con grande potenza e gloria». È l'ora del riconoscimento ed egli viene a raccogliere i frutti seminati nella storia. Ancora una volta, però, in questo futuro narrato a tinte forti, e dominato dalla paura, splende la luce di una promessa che purifica lo scenario: «Risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina». Sì, vieni Signore, tu sei nostra speranza!