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BENEDETTO COLUI CHE VIENE Una fede aperta al futuro

25 Novembre 2018

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di DON GIOVANNI TANGORRA
assistente nazionale del Meic

Oggi la liturgia celebra la solennità della regalità di Cristo, introdotta da Pio XI al termine dell'anno giubilare del 1925, con la lettera enciclica Quas primas.

1) È anche la domenica che chiude l'anno liturgico e, come per la fine di tutte le cose, la Chiesa fa atto di sottomissione al Signore, che la seconda lettura, tratta dall'Apocalisse (1,5-8), invita a confessare «Alfa e Omega». Sono la prima e l'ultima lettera dell'alfabeto greco, qui adoperate come simbolo di Cristo principio e fine della storia. È l'occasione per riflettere sul senso del tempo, un problema dinanzi al quale ci troviamo spesso inadeguati.

Siamo riusciti a misurarlo, ma vorremmo tanto controllarlo, e persino prevederlo, mentre scivola via, come sabbia tra le dita. Per Agostino è estensione dell'anima, lo percepiamo in base alla nostra condizione. In alcuni è tempo che scorre e rinnova, in altri è un tempo che incide ferite sui loro sogni. Ciononostante, esso resta la nostra grande risorsa, la materia grezza con cui siamo chiamati a cesellare l'universo. La sua vitalità sta nella speranza che non si rassegna, come una fiamma che nessuno riesce a spegnere.

Oggi si avverte però una paura di futuro. Sono veramente stupito di quanto pochi si stiano accorgendo che il vero male di cui siamo colpiti è il deficit di speranze, nel pane e nell'anima. Un popolo che non ha più un domani, cessa di esistere. Il cristianesimo è per essenza "apertura al futuro", è una religione messianica, e se questo messaggio non passa nemmeno tra i credenti, vuol dire che qualche predicatore non fa il suo mestiere. La speranza, scriveva Tommaso d'Aquino, «raggiunge Dio stesso, fondandosi sul suo aiuto, per conseguire il bene sperato».

L'incarnazione ha portato Dio nel tempo e il tempo in Dio. Diventandone l'alfa e l'omega, Cristo assume le tensioni tra il primo giorno della creazione e l'ultimo della parusia. In mezzo ci siamo tutti, con le nostre lotte, le delusioni, la voglia di continuare. È il Signore del tempo, perché non c'è momento in cui sia assente. La storia non è una scatola vuota, assume un valore sacramentale che rimanda alla sua presenza, invisibile ma vera, silenziosa ma preziosa. Nulla andrà perduto. «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5). Il Signore del tempo raccoglie i giorni, come fa il seminatore con le spighe di grano, e va incontro al pellegrino che cerca il significato del tempo.

2) Il Vangelo del giorno (Gv 18,33-37) spiega come intendere la regalità di Cristo. Siamo all'epilogo della sua vicenda umana. È il tempo della solitudine e dell'abbandono. Dopo aver ricevuto la prima condanna, da parte dei sacerdoti, guardiani della legge, sono ora uno di fronte all'altro: Pilato, giudice e rappresentante della regalità politica più potente, e Gesù, accusato di essersi dichiarato "re". L'intero dialogo ruota intorno a questo titolo, e sembra di assistere alla scena, chiedendoci anche noi: è o non è un re, e di cosa?

Gesù attribuisce la conferma all'interlocutore: tu lo dici, io sono re. Si avverte la tensione. La posta in gioco è alta, si tratta di sapere come intendere quella cosa cui gli uomini tengono di più: il potere. Pilato non si lascia disorientare, il suo sguardo gli dice qualcosa di diverso, ma è il maestro stesso a sgomberare gli equivoci, dicendo: «Il mio regno non è di questo mondo», cioè non è come lo intende il mondo. Le regalità mondane s'impongono con presunzione e violenza, ma egli non ha un esercito alle spalle, è disarmato, nessuno combatte per lui. Roma e tutti i governi del mondo non hanno dunque nulla da temere da lui, se pensano che sia venuto a rovesciarne la sovranità politica. Hanno però tutto da temere perché egli è il re della verità.

«Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità». Nel vangelo di Giovanni, la verità è Cristo («Io sono la verità»: Gv 14,6) che manifesta l'amore divino. In quest'amore l'uomo scopre Dio e se stesso. Per svolgere tale missione non entra nel ciclico rovesciamento dei poteri, che lasciano sempre l'amaro in bocca. Non si serve della politica, bensì della testimonianza, cioè la partecipazione pubblica a un'esperienza vissuta. La dichiarazione lascerà delusi gli eterni zeloti smaniosi di una prova di forza, ma innesca una rivoluzione ben più profonda e radicale.

Non è sicuro che Pilato abbia ben compreso, o forse ha capito abbastanza, perché i suoi occhi gli mostrano uno strano re senza trono, spoglio e fragile, riflesso nei marmi del suo palazzo. Abituato a ragionare in altri termini, pone non senza una punta d'ironia la celebre domanda: «Che cos'è la verità?». Gesù resta silenzioso. Non c'è bisogno di una risposta. Solo chi è dalla verità saprà riconoscerla, e solo chi la cerca saprà ascoltarne la voce. 

Alla fine non si sa bene chi sia il vincitore: l'innocente è condannato e segue la via della croce; intorno a lui i poteri, sacerdotale politico e giudiziario, hanno persino trovato un'intesa e s'impongono con l'arroganza. Sì, Cristo è il nostro re, povero e crocefisso, «e il suo regno non sarà mai distrutto», perché egli ha mandato in frantumi il nostro modo di concepire il mondo.