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Navigare controcorrente per salvare la democrazia

16 Luglio 2018

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di BEPPE ELIA

Gli avvenimenti politici di questi ultimi mesi sono rivelatori di un cambiamento, non solo delle forme politiche e degli orientamenti che caratterizzano il nuovo governo, ma della coscienza del Paese.

Abbiamo coltivato per lunghi anni l'idea che gli italiani, al di là dei loro difetti, fossero comunque un popolo ospitale, aperto all'Europa, capace di affrontare con serietà i momenti difficili della sua storia. Oggi tutto sembra ribaltato, come se una grande inquietudine stesse intaccando i nostri pensieri e modificando le nostre convinzioni: i processi della globalizzazione e della finanziarizzazione dell'economia ci appaiono ingestibili e generatori di gravi disuguaglianze sociali, e quindi producono in noi il bisogno di una difesa, che assume sempre più il carattere della chiusura. Ed è lo stesso meccanismo con cui viviamo i fenomeni migratori, che vorremmo ma non possiamo regolare a nostro piacimento: non basta dire che i numeri dei migranti nel nostro Paese sono relativamente piccoli (anche raffrontati con altri Paesi europei), perché la percezione è diversa. In questa situazione, che non è differente da quella di molte altre realtà presenti in Europa e negli Stati Uniti, sono andati modificandosi anche i riferimenti ideali e culturali, su cui poggiava la società e a cui attingeva la politica.

Questo sentimento di impotenza e di timore per il futuro è oggi compreso e assunto soprattutto da alcuni movimenti politici, che si fanno paladini di una battaglia dura (nei modi prima ancora che nei contenuti) contro le organizzazioni cui si attribuiscono le responsabilità di questa situazione: i burocrati europei, giudicati ottusi e incapaci di vedere i pericoli di questa fase storica, chi ha governato il Paese negli ultimi anni, lontano dai problemi della gente, chi aiuta i migranti a raggiungere le nostre coste. Lo stile perentorio, l'uso di slogan suscitatori di facile consenso, creano una saldatura fra i rappresentanti di questi movimenti e una parte consistente del popolo che si riconosce in questa lettura degli avvenimenti: i leader si identificano con il popolo ("noi siamo lo Stato" , "non esistono la destra e la sinistra , esiste il popolo contro le élite" sono espressioni emblematiche che abbiamo udito in questi ultimi mesi).

In questo scenario ci possiamo porre molte domande: questa è ancora la democrazia che hanno pensato i padri costituenti e i padri dell'Europa? Non viene forse messo in discussione il ruolo delle istituzioni, del Parlamento come della Presidenza della Repubblica? Che ne sarà dei corpi intermedi della società che hanno assicurato la dialettica sociale, il confronto fra istanze all'interno di libere associazioni? Che ne sarà della politica (quella con la P maiuscola verrebbe da dire con papa Francesco)?

Eppure di politica oggi abbiamo più che mai bisogno, e di una classe politica in grado di raccogliere le sfide sociali, economiche, culturali, e di porsi di fronte ai conflitti (generazionali, territoriali, fra gruppi sociali, fra Stati...) per risolverli attraverso l'arte difficile della mediazione. Ma comporre istanze differenti attraverso la ricerca di soluzioni ponderate e rispettose delle idee di tutti è considerato cosa del passato , perché occorre decidere in modo risoluto, occorre schierarsi da una parte contro un'altra, perché nelle cittadelle assediate esiste solo un noi da proteggere contro un loro che ci vuol imporre la sua volontà. E' interessante notare che il modello di questa forma interpretativa dell'azione politica, è sempre più il presidente Trump, il quale si pone in modo conflittuale rispetto al mondo che lo circonda, con il solo scopo dichiarato di difendere l'America e gli americani. Ed è volutamente urticante, perché sa che individuando sempre degli avversari da battere, egli rinsalda il rapporto con la sua gente, il popolo che si riconosce in lui.

I risultati sembrano dargli ragione: dal punto di vista economico, della politica internazionale (con la clamorosa pacificazione con la Corea del Nord, quando qualche mese prima i due presidenti si sbeffeggiavano a vicenda, con toni anche volgari e indegni del loro ruolo), del successo mediatico. In un crescendo rossiniano altri capi di stato o di governo si muovono lungo la stessa linea. E non ci si rende conto che stiamo tornando indietro, perché, a dispetto di alcuni momentanei successi, si sta generando un clima di relazioni avvelenate, che prelude a tempi difficili, al rischio di conflitti insanabili. Il dibattito che sta arroventando i social media, corrosivo e crudele, è un segnale sufficientemente eloquente che siamo alla guerra fra gli individui, in cui le armi sono sostituite dai messaggi acuminati e violenti.

La lunga stagione in cui abbiamo creduto che si potesse disegnare, quantomeno in Europa, un quadro di relazioni più fraterne, sembra al tramonto. Eppure dovrebbe essere chiaro che solo recuperando un'attitudine al dialogo e al confronto, rigenerando una coesione fra gruppi, comunità, Stati, si può avere qualche possibilità di dare risposta a problemi che un singolo Paese non può affrontare da solo. Ognuno facendo la sua parte.

Se guardiamo all'Italia, abbiamo bisogno, oggi più ancora di ieri, di ritrovare, attraverso nuove forme di partecipazione, il gusto del pensare, del progettare insieme, del fare; navigando controcorrente perché occorre vincere la sfiducia diffusa verso ogni iniziativa che invita a ragionare e a capire. Esistono potenzialità che faticano ad emergere, esperienze che pochi conoscono, disponibilità generose di persone e associazioni, su cui si può contare per rigenerare la nostra vita democratica. Osservo in questi ultimi mesi, anche all'interno dello spazio ecclesiale, una domanda crescente di impegno per la città, che si esprime in forme diverse, perché diverse sono le sensibilità e le convinzioni. Occorre tuttavia avere consapevolezza della portata della sfida: l'agenda dei temi di cui dobbiamo occuparci è lunga e complessa; e forse sarebbe bene cominciare dalle questioni contenute nella Laudato sì, che ha il grande pregio di guardare con ampiezza e lungimiranza gli aspetti centrali della vita del mondo. Perché uno sguardo globale e fiducioso è il miglior antidoto contro il ripiegamento narcisistico di una società che si è smarrita.

(editoriale apparso in Coscienza 2-2018)