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Un Paese va amato

14 Giugno 2018

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di FRANCESCO ZORDAN *

Sabato 26 maggio 2018 abbiamo celebrato come Meic di Vicenza la chiusura dell'anno associativo 2018. Ora inizierà, come di consueto, un periodo di riflessione su quanto fatto e di programmazione verso il nuovo, per riprendere poi ad ottobre con un programma rinnovato e ricco di appuntamenti.

Mesi quindi che dividono un anno, quello passato, dal futuro che deve venire. Tempo, in minimi termini, di bilanci ed attese. Così voglio azzardare un paragone, ammetto di osare, domandandomi se anche "altri" vivono questo tempo come lo stiamo vivendo noi del Meic, ex laureati cattolici. Mi ritrovo spesso a guardare la vita degli iscritti al Movimento e fra loro ritrovo chi è stato fra le prime donne docenti universitarie, chi si è speso nell'insegnamento, chi nel mondo della professione medica, chi nell'imprenditorialità e così via, storie di vita. Una vita che però si è sempre accompagnata al "fare" ed "essere" politica, cioè al non disinteressarsi della cosa pubblica, vedendo la partecipazione ai fatti del nostro Paese come un dovere civile. Ed è così che accanto alla propria sfera lavorativa per molti degli iscritti si è affiancato il servizio politico, combattuto anche ferocemente dal punto di vista ideale, sempre nella convinzione che solo da tale impegno potesse derivare un progresso per il nostro Paese. Progresso, per l'appunto, non individualistico o di parte, ma in favore della "cosa pubblica" e per questo "di tutti".

Così mi chiedo se ci sono oggi esempi "nuovi" che possono continuare ad insegnare a camminare lungo questa strada. Ammetto che la risposta è difficile da trovare negli attuali rappresentanti politici. Un contratto di governo, quello che è nato, basato solo su chi è più "duro" dell'altro, fatto da due forze politiche che hanno ben poco dell'umiltà, della lungimiranza, della bellezza di chi, pur con tutti i proprio sbagli e difetti, ha costruito l'Italia. Così ringrazio come Presidente i miei iscritti, non più giovanissimi, ma che, proprio per questo, portano nella propria storia "racconti di vita politica" alla quale si può ancora guardare come esempio. Racconti che parlano della "giusta fatica" per raggiungere la professione lavorativa, del discernimento nella costruzione e conduzione della propria spiritualità interiore, dell'ascolto attento ai bisogni incontrati così da dare soluzioni autentiche. Ma soprattutto vedo un filo che sullo sfondo lega il loro agire: il senso dello Stato. Chi ha visto nascere e crescere la nostra Repubblica ha infatti quella "conoscenza" che nelle nuove e giovani generazioni politiche manca. Ed allora tutto diventa possibile, anche andare ad aizzare le piazze contro la più alta carica dello Stato. Tutto diventa legittimo, poiché non si possiede conoscenza di quanti si sono spesi, anche costo della propria vita, per costruire e scrivere la nostra libertà, in un testo che è fra le espressioni più alte di Politica al mondo: la nostra Costituzione. Bisognerebbe che ognuno di noi, come cittadino della nostra comunità Italia, lo leggesse e studiasse. S'imparerebbe così ad amarlo. Perché prima di governarlo un Paese va amato, non va sbeffeggiato e deriso nelle sue Istituzioni, non va offeso e strattonato per ignoranza o vili interessi di parte. Un Paese va semplicemente amato, perché esso è la comunità nella quale viviamo e nella quale si sviluppano le nostre relazioni sociali, i nostri affetti, i nostri sogni. Ed e' da ciò che deriva poi ogni fatto, ogni realtà, all'interno della nostra società: dal modo in cui la amiamo.

Ed allora è nell'amare le nostre famiglie, le nostre fatiche, i nostri studi, le nostre professioni, le nostre opere di volontariato, che si rinnova la nostra Repubblica. Ed in questo ci vogliono persone, ora più che mai, che possano farlo.

* L'autore ha 30 anni ed è il presidente del gruppo Meic di Vicenza. Questo suo intervento è stato pubblicato il 7 giugno scorso sul giornale della sua diocesi, "La voce dei Berici"