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Un di pił di umanitą per non naufragare tutti

12 Giugno 2018

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di BEPPE ELIA

Ieri, passando di fianco ad un gruppo di persone che stavano chiacchierando fra loro, ho colto questa frase: "Quello ha risolto la faccenda in tre giorni, quando gli altri non sono riusciti a farlo in 20 anni". Era chiaro il riferimento al caso dei 629 profughi bloccati su una nave nel Mediterraneo in attesa di un gesto di accoglienza; e questo mio ignoto concittadino ha espresso in modo sintetico ed efficace quello che molti, moltissimi pensano.

Poco importa, a chi condivide tale opinione, che a determinare l'uscita dalla drammatica situazione di stallo sia stata l'iniziativa unilaterale e solidaristica di un altro Paese, il cui governo ha ritenuto umanamente insostenibile che tante persone fossero tenute in una condizione di grave disagio e sofferenza per affermare una linea di intransigenza. Ma davvero questa è la via che si deve seguire? Questo il prezzo da pagare per riequilibrare i flussi migratori dentro la comunità europea?

Domani, e domani l'altro, quando altre imbarcazioni, con il loro carico di paura e di speranza, dovranno essere soccorse, avremo un altro braccio di ferro, in attesa che qualche samaritano, mosso a compassione, si assuma la responsabilità di accettarle nei suoi porti? O non dovrebbe essere la politica, quella vera, quella che guarda lontano, ad assumersi il compito di gestire un problema che segna un'epoca della nostra storia?

Una corrente gelida di egoismo sta penetrando nel corpo dell'Europa, infilandosi anche là dove lo spirito di integrazione e di collaborazione era forte e convinto. Chi crede che solo attraverso un di più di umanità si può uscire dalle secche di una crisi che non è solo economica, ha il dovere di fare la sua parte, di ascoltare certo con attenzione le paure e le inquietudini della gente, ma anche e soprattutto di aiutare a discernere con intelligenza i fatti, le cause, le possibili vie di soluzione.