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Uomo dell'oggi e innovatore autentico

11 Maggio 2018

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di ALBERTO RATTI

Sono trascorsi  40 anni da alcuni tra gli eventi più drammatici che hanno segnato nel profondo la storia della nostra Repubblica: il sequestro e il successivo omicidio di Aldo Moro, presidente della Democrazia cristiana, da parte delle Brigate rosse, dopo 55 giorni di prigionia. Quegli episodi, a distanza di tempo, si sono rivelati il vero spartiacque della nostra storia: non riusciremmo a capire l’evolversi della situazione politica italiana senza ricordare e meditare quei momenti così difficili e complicati.

Colpisce – ed è un piccolo particolare che mi ha sempre fatto pensare – il luogo dove Aldo Moro fu rapito e la sua scorta trucidata; da allora e fino ad oggi, via Mario Fani diventa «il luogo del nostro destino», lo spazio fisico nel quale si consuma un dramma umano e istituzionale senza precedenti.

Un crudele agguato e un atroce “scherzo del destino” quelli che colpiscono l’inerme Moro, rapito proprio nella strada che porta il nome del fondatore dell’Azione cattolica, associazione di cui il presidente democristiano aveva fatto parte in anni giovanili, prima con l’impegno nella Federazione degli universitari cattolici (Fuci) e poi all’interno del Movimento laureati, realtà di intellettuali che aveva contribuito in maniera decisiva all’elaborazione e poi alla stesura della Carta costituzionale.

Il 1978 è stato l’anno in cui il sistema politico del nostro Paese – già bloccato per via della Guerra Fredda e per la divisione del mondo in due blocchi contrapposti – si è inceppato del tutto.

Moro è stato, dopo De Gasperi, la figura più importante della Dc e della politica italiana, lo stratega e il tessitore che più di ogni altro ha cercato di far evolvere in maniera positiva e il più possibile unito il Paese. Gli anni di governo Moro (1963 – 1968 soprattutto) si ricordano per essere stati retti da una coalizione di centro-sinistra. Il 1968 segna la fine di una fase politica della Repubblica e l’apertura di una nuova. Lo stesso Moro definirà questa “la terza fase”, riferendo la prima al centrismo e al monopartitismo di governo, la seconda proprio al periodo di governo di centro-sinistra: obiettivo della politica di Moro fu quello di rendere meno ingessato e impermeabile ai mutamenti il sistema politico italiano e giungere finalmente ad una “democrazia compiuta” dell’alternanza fra forze politiche diverse.

Moro era convinto che per risolvere la crisi sistemica italiana, per evitare cioè che il Paese si dividesse e la violenza prevalesse, il confronto con il Partito comunista fosse la strada più giusta da percorrere. Dal confronto con i comunisti, Moro auspicava che la differenza fra i due maggiori partiti si riducesse al programma politico (e non più alla sola ideologia), pur sempre all’interno di uno stesso modello di democrazia... 

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