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Imparare ad essere popolo. Cinque anni con papa Francesco

13 Marzo 2018

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di STEFANO BIANCU

Nei primi cinque anni del suo pontificato, papa Francesco ha avviato una serie di processi generativi dei quali oggi vediamo appena l'inizio, ma dei quali anche intuiamo la potenza e il loro costituire altrettanti punti di non ritorno. Egli ci ha insegnato a immaginare forme di chiesa e di vita cristiana che anche soltanto cinque anni fa sarebbero sembrate non solo impossibili, ma addirittura impensabili. Attorno ad alcune parole fondamentali, quasi mai appartenenti al lessico ecclesiastico abituale, egli ha costruito una grammatica evangelica che oggi ci appare al contempo elementare e irrinunciabile. Solo per ricordarne alcune: misericordia, periferie, esclusi, peccato, corruzione, neo-pelagianesimo, gioia, popolo.

Proprio su quest'ultima parola vorrei soffermarmi, perché mi pare oggi decisiva, sia per il nostro essere Chiesa che per la nostra convivenza civile.

Da arcivescovo e da papa, Bergoglio ha scelto di essere - prima di tutto - cittadino e vescovo di una particolare città: prima Buenos Aires e, da cinque anni a questa parte, Roma. La sua ostinazione nel presentarsi alla Chiesa e al mondo come «vescovo di Roma» manifesta non soltanto una chiara consapevolezza teologica della natura del ministero papale e del primato petrino, ma anche una consapevolezza - altrettanto teologica - della necessità di incarnare l'universalità della fede in un orizzonte particolare.

Si tratta di una consapevolezza che emerge molto chiaramente nell'incipit del discorso, pronunciato da arcivescovo, Dio nella città (http://www.cittadellaeditrice.com/munera/tutti-gli-articoli/munera-22013-jorge-mario-bergoglio-papa-francesco-dio-nella-citta/): «Quando prego per Buenos Aires» - scriveva l'allora card. Bergoglio - «ringrazio che sia la città nella quale sono nato. L'affetto che scaturisce da una tale familiarità aiuta a incarnare l'universalità della fede che abbraccia tutti gli uomini di tutte le città». L'apertura universale della fede non solo non teme di incarnarsi in una città particolare, in una situazione concreta, ma anzi lo esige. Altrimenti diviene un'apertura meramente astratta, il mero racconto di un'apertura che in realtà non esiste.

In questa scelta teorica ed esistenziale di Jorge Mario Bergoglio - nella quale è peraltro difficile dire quale dei due momenti sia stato generativo dell'altro: se il momento teorico o quello esistenziale - è così riconoscibile un passo in avanti rispetto alla teologia del Concilio Vaticano II, come anche alla cosiddetta «teologia del popolo» argentina.

Il Concilio, con la Gaudium et Spes, ha riconosciuto la necessità - per la Chiesa - di mettersi in ascolto del mondo, attraverso il metodo del discernimento dei segni dei tempi: riconoscendo che la Chiesa deve molto al mondo (cfr. in particolare i nn. 44-45).

La teologia del popolo argentina ha fatto un passo in avanti rispetto al Concilio, articolando il rapporto (astratto) Chiesa-mondo nei termini (concreti) di un Popolo di Dio che si incarna, di volta in volta, in un popolo particolare di cui evangelizza la cultura, ma dal quale anche riceve qualcosa di essenziale per la sua appropriazione credente del Vangelo.

Bergoglio recepisce le intuizioni del Concilio e della teologia argentina e le mette a confronto con la situazione attuale di città divenute megalopoli muticulturali nelle quali è difficile cogliere i tratti di una storia comune, di una cultura comune, di una religione comune. Il compito dei cristiani diviene allora quello di mettere a servizio di ogni città multitulturale la propria expertise nell'essere popolo: un popolo che vive una unità di fondo pur nella ricchezza delle sue infinite differenze.

Non si tratta di trovare uno spazio per (astratti) valori cristiani nell'elaborazione dei grandi maîtres-à-penser del momento, in nome di improbabili alleanze tra Erode e Pilato e nella speranza di una ricristianizzazione della società a partire dall'alto. Si tratta invece di riscoprire di essere «popolo di Dio» in cammino nella storia e nelle strade di ogni città particolare: città dove Dio stesso già abita.

Questo non è irrilevante per la qualità della convivenza civile, nella misura in cui contribuisce alla costruzione - nel tempo - di un popolo radunato in un luogo a partire da storie ed esperienze diverse. Ma non è irrilevante neanche per la qualità della vita cristiana e per il rapporto che ogni cristiano, all'interno di un popolo, intrattiene con quel Vangelo da cui dipende e di cui vive: perché Dio vive nella città ed è lì che è possibile incontrarlo. L'averlo mostrato è certamente uno dei frutti più importanti di questi cinque anni di pontificato. Auguri papa Francesco, e grazie.