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Per una cultura politica: ciņ che siamo, ciņ che vogliamo

17 Febbraio 2018

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di VITO D’AMBROSIO

Un articolo di poco tempo fa su un quotidiano autorevole, che voleva descrivere l’attuale situazione italiana, finiva sconsolato citando il famosissimo verso di Montale “Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” inteso in senso letterale e non metaforico, come dichiarazione di incapacità descrittiva, data la indeterminatezza del panorama, comunque brutto.

Ma io credo che si possa utilizzare  il verso montaliano in senso costruttivo, sempre con lo stesso scopo - di descrivere una situazione in atto - ma in modo da poter desumere la modifica di quella situazione. Detto più semplicemente, se possiamo dire quello che non siamo e quello che non vogliamo, possiamo però sempre, nello sviluppo del pensiero, chiarire ciò che vorremmo essere e ciò che ci piacerebbe volere.

Ciò che non siamo

Cioè, per continuare questa specie di “gioco”, possiamo cominciare ad affermare con chiarezza che 

NON SIAMO soddisfatti del panorama che vediamo intorno a noi in questo percorso preelettorale.

NON SIAMO soddisfatti di questo informe e urlato repertorio di promesse, insulti, accuse ed offese al quale stiamo assistendo da parecchio, ormai e purtroppo. 

NON SIAMO disposti a scendere su questa strada  misera e becera, nella quale oltretutto non si vede a un centimetro al di là delle proprie scarpe, ma contemporaneamente il tratto già coperto non ci fa pensare ad un percorso ulteriore diverso. 

NON SIAMO rassegnati ad una situazione nella quale si chiede il voto per fede, dietro bandiere straccione e inzaccherate da slogan triti e vuoti, perfettamente inutili, visto che ciò che conta è il capo-padrone-leader, che si propone come pegno e impegno per l’avverarsi di promesse da Paese della Cuccagna, di pinocchiesca memoria.

NON SIAMO così inebetiti da non capire che il gioco di dare sempre la colpa agli altri porta, alla fine, a dividere colpe e meriti sempre per fede, e mai per ragionamenti.

NON SIAMO facili da distrarre, con la tecnica ben nota secondo la quale “ben altri sono i problemi” oppure “sì, deploriamo e condanniamo, però, le vere colpe e responsabilità sono di…

NON SIAMO talmente assordati e distratti da non accorgerci che i problemi veri e drammatici della gran parte dei cittadini vengono al massimo declamati, ma mai approfonditi per essere affrontati a cominciare dalle cause , e non guardando sempre e soltanto. agli effetti.

NON SIAMO impazienti come bambini in attesa di Babbo Natale, ma siamo pazienti e tenaci; tenaci nel ricordare, tenaci nel pretendere che chi ieri ha detto bianco, possa sì oggi dire nero, ma spiegando per bene e convincentemente la sua conversione ad U.

NON SIAMO disposti a portare il cervello all’ammasso, per seguire le parole d’ordine di altri, senza mai controllare la sintonia di quelle parole con le “nostre” parole,  con le “nostre” idee, con le “nostre” coscienze.

NON SIAMO sofisti, e ci riesce impossibile distinguere i disperati che fuggono, a rischio della vita, per non morire uccis i(loro o i loro cari) dalle pallottole di una delle tante guerre alle quali assistiamo e disperati che scappano, ugualmente, per non morire (loro o i loro cari) letteralmente di fame

NON SIAMO violenti, mai, perché sappiamo che la violenza è la scelta di chi spera di compensare così la pochezza e la debolezza delle sue tesi.

E non vogliamo

NON VOGLIAMO sentirci ripetere slogan e parole d’ordine, mentre i problemi della nostra società sono tanto  complessi e intrecciati da richiedere approfondimenti convinti , necessarie basi per progetti progressivi.

NON VOGLIAMO che si continui a rifugiarsi nella vecchia, ma mai abbandonata, teoria degli “opposti estremismi”, per non assumere una posizione chiara, che distingua tra chi tira pugni e chi invece protesta per questa condotta.

NON VOGLIAMO trovarci costretti a cercare traccia, nella campagna elettorale, di problemi come la criminalità organizzata, l’evasione fiscale, la corruzione dilagante, invece (quasi) del tutto assenti nei dibattiti, e sarebbe meglio dire nelle risse sui e dei media.

NON VOGLIAMO  sentire assurdità, come le ipotesi di ulteriori condoni edilizi, per i cosiddetti abusi di necessità, categoria che dovrebbe essere ignota in un paese che ha lasciato massacrare le sue bellezze, godibili da tutti, per l’appetito dei pochi soliti noti.

NON VOGLIAMO lamentele generalizzate per i malfunzionamenti burocratici, senza che nessuno, avendone la responsabilità, si accinga ad una vera riforma, cardine di ogni pensabile progresso futuro dell’Italia.

NON VOGLIAMO che si invochi come un mantra la riforma della giustizia, mentre in realtà si mira ad una riforma della magistratura, che la renda “sensibile” ai richiami ed interessi dei potenti di turno (i giudici come leoni sotto il trono, per usare una nota definizione di Bentham, filosofo e politico inglese del Seicento).

NON VOGLIAMO che continui la attuale contrapposizione tra magistrati e politici, che impatta sulla giustizia, strattonata tra legislatori incapaci e magistrati esposti al rischio del protagonismo mediatico, quando non naufragati nella palude nauseante della corruzione e del mercimonio.

NON VOGLIAMO più che si straparli, si giudichi, si disputi in base a categorie - gli immigrati, i neri, i padroni, gli impiegati pubblici, il pubblico sempre peggio del privato - mentre bisogna sapere che sotto le etichette generali si trovano persone in carne ed ossa, con storie, culture,  condotte diverse,  che molto raramente il bene e il male stanno tutti da una sola parte e che distinguere e discernere non è facile, ma obbligatorio.

NON VOGLIAMO che si continui ad ignorare, quasi sempre in malafede, la distinzione fondamentale tra responsabilità giuridica, accertata giudiziariamente, e responsabilità politica, valutabile da ognuno.

NON VOGLIAMO che - come mi disse una volta un collega svizzero in un convegno internazionale -  per gli italiani “pubblico” significhi di nessuno, mentre invece, al di là delle Alpi, “pubblico” si intende di tutti.

NON VOGLIAMO che si ignorino i pareri, i consigli, le affermazioni di chi conosce una materia, dopo averla studiata e praticata, e si scelga invece di seguire i ciarlatani che abbondano.

NON VOGLIAMO considerare chi la pensa in maniera diversa da noi come un nemico, ma sempre e solo come un avversario, da contrastare anche convintamente, però con gli strumenti della ragione e della democrazia.

E quindi…

Da Montale, quindi, siamo passati ad un elenco, tutt’altro che completo, delle caratteristiche necessarie di una cultura, e di una coscienza, politica.

Che, volendo, si potrebbe sintetizzare in poche frasi: 

• la democrazia si nutre di discernimento, cioè di piccoli passi di avvicinamento alla costruzione del famoso (e ormai quasi sempre sfigurato e dimenticato) bene comune. Il discernimento oscilla tra ragioni di pancia e ragioni di testa, mescolate con attenzione, in un equilibrio delicato, mai statico, ma sempre in movimento, secondo i contesti nei quali ci si muove. 

• La cultura politica spinge incessantemente e irresistibilmente ad esaminare il fondo delle proposte, degli appelli, delle promesse squadernate nel mercato politico, specie in fasi elettorali.

• Soltanto dopo aver fatto uso con saggezza degli strumenti della cultura, si può entrare, convintamente, però in punta di piedi, nella sfera sottile e delicata  dell’etica,per ripetere, con Kant, “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”.

Così, finalmente, capiremo il significato profondo  sia della definizione di Aristotele “l’uomo animale politico”, sia di quella dell’ ormai prossimo Beato Paolo VI, “la politica é la forma più alta di carità”.