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BENEDETTO COLUI CHE VIENE Quel Signore che fa pił felice il nostro mondo

17 Dicembre 2017

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di DON GIOVANNI TANGORRA

La gioia dell'avvento anima questa terza domenica, chiamata Gaudete. Si può attendere con noia, addormentandosi, e si può attendere con passione, spalancando gli occhi, come fanno le vergini sagge. Tutto dipende da chi è per noi colui che attendiamo.

La seconda lettura (1Ts 5,16-24) va direttamente al tema. Il contesto è parenetico: si tratta di sapere come prepararsi alla parusia. Paolo invita a non fare calcoli e mette al primo posto lo "stare lieti". Per riuscirci dà una serie d'indicazioni pratiche: preghiera incessante, rendere grazie in tutto (en panti eucharisteite), combattere il male, non soffocare le profezie, agire in modo irreprensibile. Il rendimento di grazie è un programma esistenziale: fare dell'eucaristia una vita, e della vita un'eucaristia.

Il lieto annuncio del "Dio che viene" sfocia nella bella immagine del "Dio della pace" (1Ts 5,23). La parusia dilata la speranza cristiana e libera gli uomini dalla prigionia del tempo. Tuttavia rende pure antenne della storia, trasformandoci in operai della pace.

La prima lettura, tratta da Isaia, non dimentica gli oppressi e guarda in lontananza, elencando i tratti della gioia messianica: viene a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà, a far germogliare la giustizia. L'insegnamento è che non si può separare gioia e solidarietà, chi vuole la gioia deve impegnarsi a sradicare le cause dell'oppressione.

Nel vangelo incontriamo nuovamente l'incantevole figura di Giovanni Battista, nella versione del quarto evangelista. Sottoposto a un incalzante interrogatorio sulla sua identità, egli preferisce dire ciò che non è, per non oscurare la testimonianza nei confronti di chi solo è: il Verbo. In Gv 3,22-23, anche il Battista professa la gioia per l'avvento cristologico, e lo fa con una impeccabile umiltà: «Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire».

La gioia è dunque la nota dominante del giorno. L'uomo è un mendicante della gioia, ma essa non esiste in se stessa bensì sgorga come un dono quando si tocca l'oggetto delle proprie aspirazioni: il bene desiderato, la sensazione di sentirsi liberi, la comunione con gli altri. Per Tommaso d'Aquino non è una virtù autonoma ma deriva dall'aver incontrato l'amore, fino a scrivere che «la gioia della carità è incompatibile con la tristezza». Non esiste una tecnica per produrre la gioia e non c'è negozio, dove sia possibile comprarla. Un mezzo per conquistarla è donarla, come un sorriso che accende un altro sorriso.

Il motivo della gioia della Chiesa è l'avvento del Signore, che gli affida anche una missione della gioia. Per questo non ci piace sentirla parlare continuamente di se stessa ma, sull'esempio del Battista, di colui che viene per rendere più felice il nostro mondo.