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Non solo pane, ma dignitą

26 Ottobre 2017

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di BEPPE ELIA

Mettere al centro della Settimana sociale della Chiesa italiana il tema del lavoro è certamente una scelta doverosa, ma espone anche a qualche rischio.

E' doverosa perché sulla questione del lavoro nel nostro Paese da troppi anni si è indugiato con iniziative parziali, più orientate a sanare le situazioni di maggior gravità che a elaborare strategie di ampio respiro. Eppure la criticità del lavoro giovanile è nota da lungo tempo, come si conoscono ampiamente le questioni connesse alla flessibilità, sempre più declinata drammaticamente in termini di precarietà.

La curva della disoccupazione, che, complice una grave crisi internazionale, ha avuto un profilo crescente, non ha posto solo un problema economico, riducendo le risorse a disposizione dei cittadini e delle famiglie delle classi povere e di quelle medie, ma ha generato anche un clima di sfiducia e di risentimento sociale in siamo ancora immersi. Perché il lavoro non dà solo pane, ma dignità, non produce solo beni materiali, ma arricchisce il tessuto di relazioni e di umanità di cui si sostanzia una compagine sociale.

E' allora quanto mai necessario che la Chiesa italiana si domandi quale contributo di idee, di proposte, di esperienze possa offrire agli uomini e alle donne in mezzo a cui vive; ed è apprezzabile l'idea sì di guardare alla complessa articolazione dei problemi in gioco, ma anche di dare conto delle cose positive che ci sono, delle buone pratiche che l'intraprendenza e la creatività di molti stanno realizzando e che possono essere esempio virtuoso per altri.

 

Eppure occorre essere molto attenti a capire non solo quali orientamenti  sono necessari a risolvere i problemi di oggi, ma a leggere quali cambiamenti  si stiano determinando nei sistemi produttivi mondiali, e quindi quale impatto avranno fra pochi anni nelle forme e nell'organizzazione del lavoro: il rapido estendersi dei processi di automazione ad esempio, da un lato farà emergere nuove professionalità ma sul versante opposto produrrà una diminuzione del numero di lavoratori addetti alla produzione. Riusciremo a superare il rischio di un ulteriore allargamento del fossato che separa una parte della società più attrezzata a gestire le nuove conoscenze e coloro che debbono lottare per un lavoro che diventa sempre più difficile? Io credo che a Cagliari bisognerà parlare anche di queste sfide, dai contorni spesso sfumati ma dalle conseguenze che possono essere dirompenti; con la consapevolezza che non basta qualche giorno per dare risposte adeguate e che da lì deve avviarsi una riflessione che interpella tutte le nostre comunità.