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ANDRIA Un ricordo di Fedele D'Atteo

25 Settembre 2017

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L'8 agosto scorso è scomparso Fedele D'Atteo, fondatore del Meic di Andria. Intellettuale di grande levatura, fu direttore amministrativo del Casa Sollievo della Sofferenza, l'ospedale di padre Pio. Ecco un ricordo del gruppo in occasione della celebrazione del trigesimo dalla morte.


di LEO FASCIANO

Ho accettato volentieri l'invito rivoltomi a offrire una testimonianza personale su Fedele che, ora, da lassù, nel Cielo, starà sorridendo con simpatia, lui che era una persona schiva e mite, che non amava clamori, mentre puntava dritto all'essenziale, a ciò che più conta nella vita, senza inutili orpelli o pompose ostentazioni.

Era un uomo di fede, che amava lo studio, amava la ricerca di idee che potessero illuminare l'impervio cammino della vita e guidarci nel fare le giuste scelte. A chi gli obiettava che si aveva bisogno di "cose concrete", Fedele amava sempre rispondere: "Le cose più concrete sono le idee"! Parole profetiche in tempi, come i nostri, caratterizzati dalla mancanza proprio di idee, progetti, prospettive di lunga durata, preferendo invece un modo di pensare e di fare utilitaristico, piegato verso la ricerca dell'interesse di parte, senza rispetto del bene comune e della verità.

Questa mi appare sicuramente una cifra interpretativa della personalità di Fedele: uomo di pensiero, che sapeva l'importanza della fatica di pensare, riflettere, interrogarsi per comprendere in profondità le dinamiche della storia, al fine di individuare percorsi nuovi e idonei a rigenerare il mondo e la vita. La sua ricca biblioteca personale ne è testimonianza eloquente. Una volta mi rivelò che alcuni dei momenti più belli della sua vita li trascorreva proprio lì, nel suo studio, circondato dai suoi amati libri, a pensare,  riflettere e scrivere per far dono anche agli altri del frutto della sua ricerca.

Tempo fa, ero studente universitario, fui colpito da un articolo, apparso sul quotidiano "Avvenire", scritto da Giuseppe Lazzati, esponente autorevole della migliore cultura cattolica italiana, in particolare da questa frase: "Bisogna comprendere e amare la lunga fatica del pensiero". Io allora, già conoscevo Fedele per essere lui Presidente diocesano di Azione cattolica, mentre io ero responsabile diocesano prima di ACR e poi del Settore Giovani. Bene, quella frase non solo l'avrebbe sottoscritta Fedele, ma mi sembrava che s'incarnasse perfettamente nella sua persona. Anzi, dico di più: Fedele sicuramente era il Giuseppe Lazzati della nostra Diocesi. Sì, lo dico convinto. Lo era sotto almeno tre profili.

  Anzitutto, sotto l'aspetto culturale, per l'amore che caratterizzava entrambi verso lo studio e la ricerca, non fine a se stessi, ma volti al bene dell'uomo e della società. La "Città dell'Uomo" era il progetto culturale di Lazzati, che sulle tracce dell' "Umanesimo integrale" di Maritain e della "Civiltà dell'amore" di Paolo VI, era la proposta di una società rinnovata, cristianamente ispirata ma laicamente costruita. Era questa anche l'idea di Fedele, che, credo, sia anche all'origine del suo impegno civile come segretario politico della Democrazia Cristiana locale negli anni '60 (e poi anche una breve parentesi come consigliere comunale ad Andria negli anni '70). Un'idea di società cui era estranea una qualunque suggestione integralista, ben radicata nella migliore tradizione del movimento politico dei cattolici italiani, nel magistero sociale della Chiesa e nel Concilio Vaticano II, tutte cose di cui, d'altra parte, Fedele era un esperto conoscitore.

Io lo conobbi la prima volta, proprio nelle vesti di studioso-relatore in un corso di formazione politica promosso dalla Democrazia Cristiana di Andria nei primi anni '70. Il suo tema era la storia del movimento politico dei cattolici in Italia. Da lui, ero studente liceale, cominciai a conoscere e apprezzare una storia gloriosa che i giovani di allora (e diciamo anche di oggi) ignoravano. In quell'occasione, un importante esponente politico della DC locale (poi diventato parlamentare) ebbe a dire di Fedele: "E' una perla per il  nostro partito".  Peccato che poi quel partito non si sia mostrato degno della "perla", degenerando nelle note vicende che sappiamo.

Un tema che stava molto a cuore a Fedele (come anche a Lazzati) era l'identità e il ruolo dei laici nella comunità cristiana e nella società. Fedele ha parlato e ha scritto molto su questo tema. Io lo ricordo, ad esempio, nelle sue lezioni alla Scuola di Teologia: erano molto accurate, puntuali, precise su chi sono i laici nella Chiesa e nel mondo, sulla necessità assoluta di una loro formazione integrale sul piano biblico-teologico, culturale, spirituale, sociale e politico. La sua fonte principale erano i documenti del Concilio. Chissà cosa direbbe ancora oggi sul tema. Forse direbbe (e quasi lo vedo sorridere bonariamente da lassù): "Ho parlato invano, ho scritto invano...ahimè...abbiamo ancora molto cammino da fare!".

Un secondo profilo, quello spirituale. C'è un testo dei primi secoli cristiani, "Lettera a Diogneto" molto amato da Fedele (e dallo stesso Lazzati che, del resto, era docente universitario di Letteratura cristiana antica), in cui si dice dei discepoli di Cristo che essi "sono nel mondo, ma non sono del mondo": è l'esortazione rivolta ai cristiani a non dimenticare la loro vera patria, che essi sono chiamati a vivere nella tensione tra la Terra e il Cielo, tra il "già..." e il "non ancora...". I discepoli di Cristo sono uomini e donne di preghiera, che, mentre attendono alle "cose di quaggiù", guardano alle "cose di lassù" da cui farsi illuminare e guidare verso la realizzazione piena del Regno di Dio. E Fedele era un uomo di preghiera, perfettamente consapevole che una cultura e una vita che non si alimentino alle sorgenti della Grazia non possono certo dirsi cristiane.

Ricordo un particolare che dice la sua attenzione alla vita dello Spirito. Ripeteva spesso, per esempio, a proposito della figura di Padre Pio (per molti anni Fedele, come è noto, ha svolto un'importante carica dirigenziale all'ospedale "Casa Sollievo della Sofferenza" a S. Giovanni Rotondo) che il vero miracolo compiuto da Padre Pio non sono tanto gli eventi  più o meno miracolosi che gli vengono attribuiti, quanto la creazione dei Gruppi di Preghiera, diffusi in tutto il mondo. L'alimento della preghiera è il vero miracolo che può cambiare il mondo. E lo diceva anche per liberare la figura di Padre Pio dal rischio di farlo diventare oggetto di idolatria. Su Padre Pio mi regalò un libro, il migliore, secondo lui, che fosse stato scritto per comprenderne l'autentico messaggio.  Mi piacque molto. Lo lessi tutto d'un fiato. Lo ringraziai per questo.

Infine, il terzo profilo, quello pastorale. Come Lazzati, Fedele ha dato molto alla comunità cristiana, ha speso molti anni della sua vita al servizio della Chiesa. Lo ricordiamo come Presidente diocesano dell'Azione Cattolica nel delicato passaggio al nuovo Statuto (nel 1969 e fino al 1976). Memorabili erano le sue relazioni all'Assemblea diocesana di fine triennio. Erano una lucidissima analisi della vita dell'Associazione ma all'interno del più ampio contesto della vita ecclesiale e delle dinamiche storico-culturali, nazionali e mondiali, di quei tempi. Erano inevitabilmente un po' lunghe; ricordo questo dettaglio perché alcuni di noi dicevano: "Sì, saranno piuttosto lunghe, ma in compenso ci fanno respirare e aprire lo sguardo su orizzonti inesplorati per noi e sono fortemente stimolanti".

Sì, Fedele era per noi un maestro di pensiero che ci aiutava a capire dove andava il mondo e quale sarebbe dovuta essere la nostra rotta, avendo come punti di riferimento la Parola di Dio e il Magistero ecclesiale. Relatore autorevole era nei diversi convegni o incontri ecclesiali. Lo ricordiamo, ad esempio, quale relatore e promotore nell'importante convegno diocesano su "Evangelizzazione e promozione umana", nel 1977, a un anno dal convegno ecclesiale nazionale sullo stesso tema.

A lui venne affidato anche il compito di costituire il Meic (Movimento ecclesiale d'impegno culturale), nuova denominazione con una nuova impostazione pastorale dell'ex Movimento laureati di Azione Cattolica. Fiore all'occhiello del Meic di Fedele fu la "Settimana della fede", un'apprezzata iniziativa culturale che si teneva in Quaresima per diversi anni, con relatori d'eccezione, di fama nazionale, contattati personalmente da lui.

Insomma, si è capito chi era per noi Fedele: uomo di fede, di preghiera, di studio, d'impegno ecclesiale e civile, che dava importanza alle idee, come dicevo all'inizio, perché riteneva che una coscienza credente che non sia solidamente formata, in proporzione alle sue capacità, è una coscienza debole che darà poco alla Chiesa e al mondo. Una fede che non è pensata non è vera fede, diceva Sant'Agostino: ecco, è ciò che esattamente pensava Fedele e praticava lui per primo. Ricordo quello che di lui disse una volta un amico sacerdote per lungo tempo guida spirituale della nostra Azione Cattolica: "Fedele è il laico più intelligente che abbiamo in diocesi". Ora mi sembra di vedere da lassù Fedele che, sorpreso da questo complimento, abbozza un sorriso compiaciuto...

Grazie Fedele per quello che sei stato e hai fatto per noi, per la comunità ecclesiale e civile. Ci mancano uomini come te. Ispiraci da lassù "idee" nuove per fare migliore  questa nostra povera umanità.