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Migranti, la tentazione di chiudere gli occhi

29 Settembre 2017

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di BEPPE ELIA
presidente nazionale del Meic

Il tema dell'immigrazione non ha mai cessato di essere all'ordine del giorno negli ultimi anni. Tuttavia, in questa estate rovente, il dibattito si è intensificato in modo esponenziale a causa certamente dell'incremento dei salvataggi nel mar Mediterraneo e dei corrispondenti sbarchi in Italia, ma anche per un'inattesa iniziativa del governo italiano che ha imposto un codice operativo alle ong impegnate nei soccorsi in mare, ha minacciato di chiudere i nostri porti alle navi delle ong straniere e ha richiesto ad altri Paesi europei di accogliere nei loro porti una parte delle imbarcazioni. Il dibattito si è infiammato anche perché, contestualmente, il nostro Parlamento è stato chiamato a discutere la legge sullo ius soli, che a molti è parsa un incentivo ad alimentare l'arrivo di stranieri nel nostro Paese.

Purtroppo queste tensioni rivelano la mancanza di quel minimo di lucidità che consentirebbe di discutere ascoltando le ragioni dell'altro, senza manipolarle e senza attribuirgli sempre significati reconditi. Ad esempio, la polemica di fine giugno innescata da una relazione del presidente dell'Inps, in cui egli ha dichiarato che, numeri alla mano, la presenza degli stranieri in Italia è essenziale per il presente e il futuro della società italiana, è la prova più evidente di quest'incapacità a ragionare, presi ormai come siamo in un turbine di impressioni, di precomprensioni, di utilizzo strumentale delle parole. Tito Boeri, per questa sua iniziativa, è stato oggetto non solo di critiche furiose da parte dei molti suoi detrattori, ma anche della disapprovazione benevola di alcuni estimatori che hanno giudicato inopportuna (anche se corretta) la sua uscita. Come dire, in momenti di lotta politica muscolare è buona cosa reprimere i propri convincimenti. Purtroppo questa è anche la resa alla barbarie dei comportamenti pubblici e privati. 

In questa situazione si rendono manifeste alcune criticità: anzitutto la confusione dei piani e delle proposte. È preoccupante, ad esempio, constatare che l'accoglienza degli stranieri sia stata contrapposta all'esigenza di aiutarli nei loro Paesi, quasi che l'una cosa escluda l'altra. Eppure credo sia chiaro a tutti che le politiche di cooperazione internazionale richiedono un impegno di grande respiro, coordinato almeno a livello europeo, su tempi lunghi, che faccia i conti con le situazioni disastrose di molti Stati. Pensare che basti qualche accordo parziale per risolvere il problema dei flussi migratori nel mar Mediterraneo è illusorio, a meno che si ritenga che il modello dell'accordo con la Turchia sia da replicare tal quale. Ho l'impressione che oggi molti pensino soprattutto a rimuovere dalla nostra vista le sofferenze di tanti uomini e donne: occhio non vede, cuore non duole, dice l'antico adagio che mai come in questo tempo risuona angosciante. Dobbiamo aiutarli, non necessariamente accoglierli, ammonisce qualche autorevole esponente del governo. Eppure l'accoglienza, per tanti e per molto tempo, sarà l'unica via di salvezza. È indubbiamente essenziale - e siamo lieti se ne cominci a parlare in modo meno velleitario che nel passato - cooperare seriamente alla soluzione dei problemi di tanti Paesi afflitti da guerre e da carestie, perché questa è l'unica via per una risoluzione radicale dei gravi drammi sociali che toccano intere popolazioni, ma questo non ci esime da un'attenzione a quanti, nell'immediato, mettono in gioco la vita loro e delle loro famiglie in nome di una speranza di futuro. Nella custodia del Creato proprio loro, i più indifesi e oppressi, considerati non in modo indistinto, ma con i loro volti e le loro storie personali, sono i primi destinatari della nostra cura e del nostro affetto.  

Confesso che mi turba il fatto che ritorni regolarmente il tema della distinzione fra immigrati a causa di conflitti e coloro che fuggono per ragioni economiche, perché le parole in questo caso sono scelte non per spiegare ma per coprire la realtà. Le ragioni economiche, infatti, lasciano immaginare delle persone che se ne vanno dai loro Paesi per migliorare una situazione insoddisfacente, inducendo a pensare che potrebbero anche restare nelle loro terre, perché da noi la situazione non è favorevole. La realtà è ben altra: moltissimi scappano dalla fame, da malattie, da territori in via di desertificazione, da luoghi prive delle condizioni minime per la sopravvivenza. Per queste ragioni dobbiamo respingerli? In nome di quale umanità?

Sull'accoglienza oggi vi è un diffuso sentimento di ostilità popolare, che nasce da una narrazione dei fenomeni migratori fatta di molte imprecisioni (una presunta invasione smentita regolarmente dai numeri), di timori per il lavoro (la nostra difficile situazione economica), di paure sociali (il terrorismo, il diffondersi di culture a noi estranee), dalla convinzione che i flussi migratori si incrementeranno senza fine. Questo si è però amplificato anche per la nostra incapacità di gestire l'arrivo e la permanenza degli immigrati in modo efficiente e rispettoso delle persone e delle comunità, fattori in cui giocano un ruolo assai importante anche la corruzione e la criminalità organizzata.

Questa è una debolezza che contraddistingue l'Italia di questi anni, in cui manca una visione strategica. Viviamo come se fossimo in una permanente emergenza, rincorrendo sempre i problemi, provando a sanare le ferite sociali, ma senza obiettivi realistici e una programmazione seria. Ciò lo si constata quando, allargando lo sguardo ai problemi ambientali del nostro territorio, ci rendiamo conto che antichi e nuovi problemi rivelano la nostra fragilità. Se è vero, ad esempio, che i cambiamenti climatici (che, ovviamente non dipendono, solo da noi) causano una grave carenza d'acqua, non possiamo dimenticare che le debolezze manutentive della nostra rete idrica sono note da decenni. Ancora, i danni al patrimonio edilizio e al territorio sono solo in parte effetto di disastri imprevedibili: non si possono non riconoscere l'incuria, l'approssimazione, la presenza di interessi particolari, la mancanza di una cultura previsionale.

Uscire da questa situazione di stallo è possibile, purché si abbia un po' di coraggio, di sapienza e di spirito di servizio, che oggi sembrano davvero merce rara.

(Editoriale del numero 2-2017 di Coscienza)