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Europa, se la democrazia ha paura del popolo

12 Giugno 2017

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di ANDREA FAVARO

Il Regno Unito, nei tempi recenti, è tornato testimone di democrazia. Ha fatto svolgere (2014) in Scozia un referendum per l'autodeterminazione e ha istituito (2016) il noto referendum pro/contra Brexit. Nel primo caso gli scozzesi decisero di rimanere nel Regno Unito, nel secondo caso i britannici hanno scelto di abbandonare la UE.

Tali espressioni di democrazia hanno non poco inciso sulle elezioni britanniche dei giorni scorsi, dove il dato più interessante è quello relativo alla affluenza, la più alta (69%) rispetto agli ultimi vent'anni.

Passando al merito dell'esito delle urne, in questi giorni stanno uscendo varie analisi.

Noi riteniamo che i numeri contino più degli slogan: la May ha guadagnato oltre 1 milione di voti rispetto a Cameron 2015 (13,6 rispetto a 12,3); Corbyn ha preso 3 milioni di voti in più di Miliband 2015 (12,8 rispetto a 9,3). Hanno perso, elemento interessante, gli indipendentisti scozzesi (mezzo milione in meno), i convinti europeisti Libdem (poco meno) e, soprattutto, gli antieuropeisti del Ukip.

Si potrebbe quindi dire che la Brexit sia già data per scontata da parte dei sudditi di Sua Maestà. Difatti, gli indipendentisti scozzesi (che avevano di recente ipotizzato un nuovo referendum per staccarsi dal Regno Unito e così poter restare nella UE) hanno perso consenso e il voto Ukip pare sia stato ormai assorbito sia da parte dei Tory che del Labour, i quali hanno entrambi assunto l'impegno di dare seguito alla Brexit.

L'elemento curioso è dato dal fatto che la gestione dei negoziati per l'uscita dalla UE sarà resa più complessa dalla debolezza del prossimo governo, anche per il fatto che la moderata May ora dovrà allearsi coi nordirlandesi e soprattutto resistere alle critiche interne del molto più deciso Boris Johnson, che ha già evidenziato come la perdita di seggi da parte dei conservatori sia stata causata da una sorta di "pavidità" incarnata dalla May.

Passando alla penisola iberica nemmeno Madrid pare oggi vantare una forza palese, condizionata da un governo autorizzato per la sola ordinaria amministrazione, lasciato in vista soprattutto per la crescita di una economia spagnola in ripresa più di altre.

E così venerdì mattino la Catalogna ha ripristinato la sua sfida. Il presidente Puigdemont ha comunicato che il 1 ottobre sarà convocato il referendum sull'indipendenza col quesito: "Volete che la Catalogna diventi uno Stato indipendente nella forma di una Repubblica?". Immediate le reazioni di Madrid. Per il governo centrale la consultazione è "illegale" e "anticostituzionale".

Per ora non è stato firmato un atto ufficiale, per evitare che si faccia ricorso alla Corte costituzionale per bloccare la convocazione e chiedere misure contro i dirigenti catalani, come già successo a febbraio scorso. Puigdemont ha accusato il governo di Madrid di non avere dato alcuna risposta alle offerte di negoziato da parte della Catalogna e ha paragonato il governo iberico a quello turco, evidenziando una assenza di reale democrazia. D'altra parte, Junqueras, leader del Partito della sinistra repubblicana della Catalogna, ha attaccato duramente il governo di Rajoy. "Lo stato ha negato per 18 volte il diritto ai Catalani di decidere del loro futuro, violentando i loro più elementari diritti democratici".

E così nella vecchia Europa si confrontano in questi giorni esempi diversi di democrazia (non solo diretta), tutti caratterizzati dal timore che i governanti hanno della volontà dei governati. Strano a dirsi, ma pare che la democrazia di oggi abbia paura del popolo.