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Ripartiamo dall'Europa "unita nella diversitÓ"

25 Marzo 2017

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di TIZIANO TORRESI

Come tutti gli anniversari, anche quello dei sessant'anni dalla firma dei Trattati di Roma, che il 25 marzo 1957 diedero avvio formale al cammino di integrazione dei Paesi europei, rischia di scadere nella retorica d'occasione, indugiando nella nostalgica contemplazione del passato invece che nella coraggiosa visione del futuro. È quanto invece dovrebbero fare oggi gli eredi di quella generazione di statisti e di pionieri della pace che si ritroveranno nella Capitale, tra il timore per gli attentati terroristici e con in capo la sfida al buio della Brexit: fissare lo sguardo in avanti, imparando dalle ferite del passato. 

Perché nel cammino della Storia, da oltre mezzo secolo l'Europa ha scelto di vivere unita, concorde, pacifica in mezzo alla comunità degli uomini. Scelta coraggiosa e lungimirante, mai definitiva conquista; scelta che ha imposto un percorso faticoso ed irto di contraddizioni e di insidie; scelta non irreversibile e tuttavia «indispensabile» per la pace, come il 9 maggio del 1950 disse con profetica intuizione Robert Schuman; scelta imperfetta e perfettibile, ma necessaria alla coscienza, all'economia, al futuro stesso della civiltà occidentale. 

Dopo il "breve secolo" che l'ha dilaniata, l'Europa si è affacciata nel nuovo millennio nutrendosi di idealità e, insieme, di avanzamenti pazienti e concreti. Di grandiose visioni per il proprio avvenire e, insieme, della lenta costruzione di quegli strumenti giuridici ed economici capaci di promuovere e garantire ogni giorno, in ogni angolo dei suoi Stati, il rispetto dei valori di solidarietà, di libertà e di pace per milioni di cittadini. Poco capiremmo dell'Europa se ignorassimo questo suo essere inscindibile intreccio di idealità e di concretezza, di aspirazioni e di realizzazioni che ne sono diventate la costante ragione di progresso e di sviluppo. 

Questo dovrebbe ricordarci che la retorica è il nutrimento principale dei populismi che sferrano ogni giorno un attacco, con martellante costanza, alle istituzioni europee e ai loro valori. Lo è la retorica frettolosa e forcaiola dei nazionalisti. Ma lo è anche, in modo più sottile ma non meno pericoloso, quella retorica astratta e salottiera che a ogni piè sospinto invoca il "sogno" europeo senza la minima consapevolezza storica delle difficoltà ma anche degli obiettivi concreti del processo di integrazione. 

Non dimentichiamo - nonostante il colpo di spugna del Trattato di Lisbona - il motto dell'Unione Europea: "Uniti nella diversità". È la diversità dei territori, dei paesaggi, dei popoli, degli scenari umani e culturali la vera ricchezza dell'Unione da riscoprire e da valorizzare in un armonico concerto di idee e di scelte concrete. Le differenze non ci dividono ma ci fanno più forti e più ricchi se i popoli e i territori riescono a dialogare in modo creativo tra di loro. È una sfida fondamentale. È la sfida storica dell'oggi: la gravissima e attuale questione delle migrazioni bussa alle porte dell'Europa. Questa sfida, unendo sicurezza ma anche apertura alla diversità, i Paesi sapranno vincerla solo ragionando su scala europea, insieme, e con una visione globale non come piccoli spazi chiusi e ostili. De Gasperi, Schuman e Adenauer, i padri fondatori, portavano nella loro vita personale, nella loro storia politica e nel loro pensiero il valore stesso della diversità e in particolare dei territori di confine. De Gasperi, prima di essere italiano, era stato suddito dell'impero asburgico e parlamentare del Trentino a Vienna. Schuman era alsaziano e sapeva bene quanto quel territorio avesse patito l'annessione alla Germania. Adenauer era di Colonia, vicino al Reno, il fiume che per quasi un secolo aveva segnato la sanguinosa guerra europea.

Tutti e tre capirono che i loro territori portavano ferite da guarire. Ma potevano farlo soltanto insieme: unire i popoli, superare i nazionalismi, difendere le libertà democratiche. Questa fu la rotta che seguirono per unire l'Europa. Occorre riprenderla prima che l'Europa, come in troppi paventano o auspicano, faccia naufragio.