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Il fine vita e una medicina al servizio dell'uomo

02 Marzo 2017

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di GIANFRANCO TONNARINI*

E' noto che in Italia non esiste una legge che disciplina il fine vita. La necessità di approvarla appare un atto politico non più rinviabile, anche se è difficile la regolamentazione di casi clinici e umani tanto differenti.

Il tema della morte è quello che provoca oggi un più profondo senso di angoscia: di fronte al suo mistero l'uomo non può che fermarsi in atteggiamento di rispetto. Ma che dire della vita che precede la morte e che talvolta con la malattia e la sofferenza sembra privare l'uomo della sua dignità ? Che risposta può dare il medico?

La medicina non è mai neutrale, ma fa sempre riferimento a un modello antropologico. E' sulla base di una determinata idea dell'uomo che il medico agisce. E non è possibile separare le proprie convinzioni morali, religiose o semplicemente umane dalla quotidiana pratica medica.

Al centro di ogni atto medico c'è "l'uomo" malato, la sua dignità, il suo valore. L'Umanizzazione della medicina qualifica l'attività medica. La medicina viene dall'uomo ed è per l'uomo. In senso stretto per la diagnosi e la cura della malattia. In senso ampio per la tutela della salute. In senso proprio per la salute fisica. In senso globale per il benessere della persona. Garanzia di questa azione medica è l'etica, che tutela il valore in sé e per sé dell'uomo, non riducibile a semplice valore d'uso.

Parlare di umanizzazione in medicina non è un problema teorico, ma concreto, perché dire medicina non è dire un'idea, ma dire un'attività e una prassi. Questo, per la verità, dovrebbe dirsi per ogni professione. Ma vale in modo singolare per la medicina. Per due motivi. Anzitutto perché l'attività medica è un'attività interpersonale in modo unico. E' vero che non c'è professione che non sia a beneficio di altri, ma nella medicina l'incontro con l'altro, il malato, è diretto e personale.

Il secondo motivo è che il medico incontra il malato in una condizione di debolezza, di sofferenza e di bisogno. Nessuna altra professione conosce un così intenso indice di "prossimità" ed un così elevato grado di fiducia e affidamento. E' questa estrema prossimità l'essenza della medicina.

La malattia chiede ai medici di non rimanere inerti di fronte al male. Davanti all'uomo malato, soprattutto morente, non è lecito passare "oltre". Il medico ha il dovere di fermarsi, portando l'aiuto della propria scienza, della propria opera, della propria umanità. Più in concreto si tratta di assicurare ad ogni malato il trattamento più adatto secondo i criteri tradizionali della proporzionalità medica, che implica l'adeguatezza dell'intervento alle condizioni del malato e ai risultati attesi. In conclusione di fronte al fine vita è ancora oggi impossibile dare una risposta convincente basandosi sulle sole conoscenze scientifiche. Ci può guidare piuttosto quella che possiamo chiamare una vera "alleanza terapeutica" che altro non è che la relazione forte tra medico e malato. Essa sola può garantire il pieno rispetto della dignità umana e della libertà del malato.

(* Professore al Dipartimento di Medicina interna e specialità mediche della Sapienza Università di Roma, gruppo Meic di Roma Sapienza)