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ORISTANO Fine vita, mons. Sanna: "Serve una legge, ma va difesa la dignitą umana"

24 Febbraio 2017

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di LUISANNA USAI

Intervista al vescovo di Oristano mons. Ignazio Sanna, teologo di fama internazionale e già assistente nazionale del Meic, autore di una relazione densa e articolata sul tema del cosiddetto "testamento biologico" al convegno organizzato dal Meic di Oristano il 18 febbraio scorso.

Mons. Sanna, spesso lei ha affermato la necessità di una legge sul fine vita. Quali sono le ragioni di questo suo convincimento?

La necessità di una legge sul fine vita è determinata da due fattori. Il primo è che la questione di fine vita, sollevata dal caso Eluana Englaro, ha prodotto una sentenza della Cassazione. Questa, in mancanza di una legge, costituisce un precedente che può condizionare la giurisprudenza futura su questa materia. Il secondo fattore è che sono in ballo due principi etici, quello della vita umana e quello della libertà individuale. Se la scelta di fine vita non può essere praticata dalla stessa persona, bensì ha bisogno dell'apporto di terzi, allora c'è bisogno di una legge. In questo passaggio, infatti, la questione del fine vita perde la natura privata e diventa pubblica, richiedendo che venga regolamentata per legge.

Su quali criteri si dovrebbe basare una tale legge?

In una situazione di incertezza quale è quella che riguarda le conoscenze scientifiche sulla nascita e sulla morte, la morale cristiana consiglia che si adotti il principio di precauzione, ovvero la scelta che è a difesa e della conservazione della vita.

Quali i valori a cui fare riferimento?

Soprattutto quelli della libertà, della vita, della dignità. La libertà , secondo il Concilio, è il segno altissimo dell'uomo creato a immagine di Dio, in tutta la sua realtà fisica e spirituale, un essere responsabile verso Dio e creato per Lui. La sua è  una libertà limitata, partecipata verso Dio, ma alla stessa maniera verso la società, per cui l'immagine che l'uomo ha di sé dipende non da ultimo da chi egli è agli occhi degli altri. È inoltre una libertà limitata anche dal  fattore tempo: in un avanzato stadio della malattia, l'umore cambia spesso e il desiderio di morire può cedere a quello di vivere ancora, celando la necessità di essere aiutati efficacemente.

A che cosa si riferisce quando parla di valore della vita?

Nel campo della bioetica si confrontano due categorie interpretative: quella della sacralità, che persegue l'imperativo assoluto della difesa della vita,  e quella della disponibilità della vita, secondo cui l'imperativo è quello di difenderne la qualità. Entrambe presuppongono come oggetto proprio la vita. Diverso però è il senso che alla vita viene riconosciuto, atteso il fatto che le tecniche biomediche prima ancora che mettere in gioco il senso della vita tendono ad alterare la stessa identità.

Nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, che nella relazione lei cita, ci si riferisce ad una dignità intrinseca, che non si perde mai. Sulla base di che cosa viene riconosciuta?

Spesso la dignità è riconosciuta e promossa a partire da una condizione di "indegnità". L'uomo cioè non perde mai la sua dignità di persona umana, neppure nelle peggiori condizioni di vita e di salute, perché conserva il suo essere spirituale anche quando le sue capacità intellettive e volitive sono compromesse. C'è, dunque, anche nell'apparente indegnità della vita umana una dignità permanente che non può essere mai perduta e che merita rispetto.

Il riconoscimento della dignità nella persona "indegna" è la grande novità che Gesù ha portato nel mondo, quando ha proclamato che il Regno di Dio appartiene ai poveri, agli umili, ai disprezzati.

Tutto quanto si è detto fa capire che non è facile trovare una modalità ottimale per raccogliere le volontà anticipate del paziente sul fine vita. Che cosa dunque si potrebbe proporre?

Innanzitutto gli interessi del paziente dovrebbero essere tutelati da una buona relazione medico-paziente, educando i medici  ad approfondire, da un lato, il senso di quelle scelte che sono contrarie alla dignità dei pazienti e, dall'altro, le proprie obbligazioni per cercare di assicurare ai loro pazienti un reale beneficio medico. Questo comporta anche di rimanere sensibili alla gravosità degli interventi stessi, che può comportare la legittima sospensione di trattamenti realmente sproporzionati. In questa ottica, dovrebbe essere il medico e non il paziente ad essere incoraggiato a sottoscrivere una dichiarazione che lo impegni a non somministrare consapevolmente in alcun modo trattamenti sproporzionati o che prolunghino la sofferenza senza alcuna reale speranza di ripresa.

Si potrebbe affrontare il problema anche sul piano sociale?

Indubbiamente. Tra i possibili interventi,  la creazione di efficaci reti di assistenza domiciliare e di interventi di sostegno anche economico alla famiglie dei malati (con una riduzione di circa un terzo dei costi per lo stato rispetto all'assistenza in ospedale); la creazione di nuovi hospice e di strutture per la lungodegenza; il miglioramento dell'accesso alle cure palliative; la preparazione di personale sanitario adeguato.