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Amoris laetitia, una Chiesa più amica e meno giudice

24 Dicembre 2016

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di BEPPE ELIA
presidente nazionale Meic

(editoriale di Coscienza n. 3-2016)

Che l'insegnamento di papa Francesco stia suscitando malumori e contrasti in alcuni settori della comunità ecclesiale è noto e la recente lettera di quattro cardinali, che ha avuto una certa risonanza nei media, apre un ulteriore fronte per l'importanza  dei suoi estensori, per la forma con cui essa si presenta e per le tesi che sono sostenute. Su di essa è doveroso ragionare non per schierarsi ma per comprendere. Lo faccio con una mia breve riflessione personale.

Questi cardinali hanno scritto al Papa, in merito al capitolo ottavo dell'Amoris laetitia, ponendo alcune questioni riguardanti l'ammissione all'eucaristia dei divorziati risposati, il significato delle norme morali assolute, le situazioni di peccato grave abituale, la responsabilità morale, la coscienza. Hanno anche chiesto di rispondere alle loro domande semplicemente con un sì o con un no. Papa Francesco ha ritenuto di non rispondere ed essi hanno deciso di rendere pubblica la loro posizione, offrendola alla «riflessione e alla discussione pacata e rispettosa» del popolo di Dio.

Tutto bene, quindi? Da un lato è positivo che le idee, soprattutto quando argomentate (e gli autori della lettera rendono bene la loro distanza dall'Amoris laetitia), trovino spazio nella Chiesa, perché il dialogo fra posizioni anche molto distanti è comunque un valore, è il segno di una vivacità che non ci deve spaventare. Le posizioni formulate in questa lettera sono anche espressione di un più ampio smarrimento di una parte di credenti delle nostre comunità ed è giusto che se ne possa parlare ad alta voce piuttosto che attraverso il mormorio nei corridoi o in alcuni circoli ristretti.

Ciò che però mi ha sconcertato nella vicenda è il fatto che si sia chiesto al Papa, a fronte di domande sostenute da puntuali spiegazioni, di esprimere la sua autorevole interpretazione in termini di semplice consenso o dissenso, come se si trattasse di un referendum, secondo una modalità asimmetrica e che lo ha comunque messo in difficoltà. Se accettasse la loro posizione, infatti, il Papa di fatto sminuirebbe il significato profondo dell'Amoris laetitia; al contrario, negando il loro punto di vista, il suo insegnamento si rivelerebbe in contrasto con alcune formulazioni di documenti dottrinali del recente passato.

Essi dicono di non voler essere interpretati secondo lo schema "progressisti-conservatori" o considerati «avversari del Papa e gente priva di misericordia». Ma non è questo il punto; abbiamo piuttosto la consapevolezza, loro e tutti noi, che questa Chiesa ha bisogno di vivere uno stile di fraternità che da questa lettera non traspare? Comprendo che alcuni credenti (pochi o molti non lo so) siano frastornati dalla forza innovatrice di questo Papa, essendo abituati ad una Chiesa dalle certezze incrollabili, e non si sentano pronti ad essere «audaci e creativi», come chiede Evangelii gaudium. È logico, quindi, che qualcuno si senta in dovere di rappresentarne le istanze; ma la forma deve essere colloquiale, altrimenti l'invocata  sinodalità diviene un paravento che nasconde durezza di toni e impedisce la franchezza del confronto.

In merito ai contenuti espressi nella lettera, ho ricavato poi alcune impressioni (non sono un teologo e spero che mi si perdoni l'approssimazione). Gli estensori della lettera hanno anzitutto una grande preoccupazione di carattere normativo, che è molto evidente in tutte le domande formulate, e sentono la necessità di stabilire dei precisi confini nei comportamenti, vedendo il grande rischio di affidare a valutazioni soggettive situazioni che in sé risultano invece «moralmente cattive». Fanno appello, in questo, a puntuali orientamenti del magistero. In qualche modo essi sentono che l'atteggiamento pastoralmente aperto di papa Francesco mette in discussione il patrimonio di norme morali consegnatoci dalla Tradizione, aprendo le porte ad una sorta di relativismo che mina alcuni fondamenti irrinunciabili della fede cristiana.

In realtà, un'ampia parte di Amoris laetitia è dedicata alla bellezza del matrimonio cristiano e a rinnovarne i significati sul piano spirituale, umano e sociale. È solo attraverso questa via, insegnata e soprattutto vissuta da parte di molti uomini e donne credenti, che possiamo oggi dire una parola credibile, soprattutto alle generazioni più giovani, ben sapendo che nella vita delle persone vi possono essere situazioni in cui la fragilità e gli errori interrompono legami che si volevano senza fine. Affrontare queste situazioni con rigidità dottrinale, senza guardare i percorsi personali e le fatiche della vita, ma giudicando sulla base di un principio generale, manca di quelle esigenze di misericordia e di integrazione che sono profondamente evangeliche e radicate nella storia della Chiesa.

La Tradizione della Chiesa è certo un essenziale riferimento per il discernimento cristiano, ma essa è per sua natura dinamica, sia perché nel tempo comprendiamo (il Papa insieme con il popolo di Dio) più in profondità e con accenti diversi il messaggio di salvezza che ci è stato donato, e sia perché ci misuriamo con un'umanità che pone continuamente nuove domande. E oggi, più ancora di ieri, vi sono uomini e donne che domandano alla Chiesa di essere accolti e amati per quello che sono, chiedono di percorrere insieme un cammino, cercano amici, non giudici.