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Giuseppe Alberigo

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Nato nel 1926 a Cuasso al Monte (Varese), Alberigo si formò alla scuola dello storico tedesco Hubert Jedin, il celebre studioso del Concilio di Trento, e a quella di Delio Cantimori, il grande storico degli 'Eretici italiani del Cinquecento', di cui fu assistente all'Università di Firenze. Ma fu la forte esperienza vissuta al tempo del Concilio Vaticano II, a partire dal 1962, a fianco di Dossetti, all'epoca perito personale del cardinale di Bologna Giacomo Lercaro, a segnare per sempre la carriera accademica di Alberigo, che da allora si impegnò nello studio scientifico della storia dei Concili, chiamando accanto a sè un gruppo di qualificati storici italiani e stranieri.
L' opera più importante che Alberigo ha diretto, e su cui è stato maggiormente impegnato il suo gruppo bolognese, è una storia del Concilio Vaticano II in cinque volumi e tradotta in numerose lingue. Si tratta di uno dei lavori più letti e consultati sull'argomento, che individua la novità del Vaticano II nella rottura con la tradizione e nell'essere stato più un evento dello Spirito che una produzione di norme e di documenti.
Alberigo fu uno studioso che non ha mai disgiunto il suo impegno di ricerca da quello della presenza pubblica. In momenti decisivi della storia ecclesiale italiana, non ha mancato di far sentire chiara la sua voce, richiamando i valori della laicità, del pluralismo religioso e della corresponsabilità nella Chiesa. Il suo ultimo appello pubblico, nella primavera del2007, fu in difesa della libertà dei parlamentari italiani nei confronti dei DICO, il progetto di legge sui «diritti delle convivenze».
Alberigo era un uomo di temperamento forte e dal carattere deciso, persona esigente prima ancora con se stesso che con i suoi collaboratori. Uomo di fede, che ha amato la Chiesa, sapeva farsi coinvolgere profondamente da una liturgia curata e partecipata, dalla predicazione della Parola di Dio, da una comunità credente. Di spirito liberale predisposto al dialogo, dentro e fuori la comunità cristiana, dopo l'11 settembre, in un'intervista affermava coraggiosamente quanto pericoloso fosse «vedere i rapporti con l'Islam solo come conflittuali», e rimandava a Giovanni XXIII per il quale «è sempre molto di più ciò che unisce da ciò che divide».
Non si può apprezzare la figura dello storico, protagonista di rilievo del mondo della cultura e del cattolicesimo italiano, senza tenere in conto questi aspetti della sua personalità ed è per questo che il Meic di Varese ha voluto intitolargli la propria sezione.